La situazione, la macchina che inchioda lo spettatore

La base del gioco teatrale

Che cos’è che mantiene in piedi uno spettacolo teatrale? Che fa’ sì che non precipiti, che non crolli? Che cosa mantiene viva l’attenzione degli spettatori? E che cos’è, infine, che aiuta gli attori, specie se meno esperti, a stare concentrati e a rapire l’interesse del pubblico dall’inizio alla fine della loro performance?

Ogni buon spettacolo teatrale ha tre pilastri. Tutto il teatro, in fin dei conti, lo possiamo ridurre a tre elementi principali a cominciare dagli attori e dal pubblico, che costituiscono i primi due. Dal punto di vista etimologico teatro deriva dal greco teatron che è il “luogo da cui si guarda”: pensiamo ai teatri greci e latini sul fianco di una collina dalla quale si guardava verso giù, dove c’era il logeion che era la zona in cui gli attori si esibivano e che nei teatri di oggi chiamiamo palcoscenico. Tuttavia perché il gioco funzioni ci vuole una situazione come sanno bene i bambini quando giocano tra di loro grazie al magico “come se”. L’espressione che loro utilizzano è: «facciamo che io ero Superman, facciamo che io ero Iron Man, facciamo che io ero un camionista, facciamo che io ero un autista» e via dicendo. Quindi perché si mantenga in piedi tutto abbiamo bisogno di una situazione che è proprio la base della drammaturgia. Jean-paul Sartre scrive che senza situazione non esiste teatro.

Immaginiamo che qualcuno ci inviti a teatro e che ci dica così: «Ciao come stai, tutto bene? Senti che ne dici se ci vediamo domani. Vorrei portarti a vedere una mostra e dopo uno spettacolo teatrale di alcuni miei amici». Il pensiero di molti è: «con la mostra magari me la cavo perché anche se le opere esposte non mi piacciono e sono brutte si tratta, alla fine, di poco tempo. Ma lo spettacolo, oddio, e se è brutto e me lo devo sorbire tutto?». In effetti ci devi stare almeno un’ora e non puoi né uscire né protestare, almeno oggi. Un tempo era diverso, come accadeva con il teatro di rivista ai tempi di Petrolini e poi di Totò. Adesso siamo diventati troppo educati e civili come scriveva Ascanio Celestini, in un articolo di qualche tempo fa. Tuttavia non possiamo rendere martiri i nostri spettatori. Beninteso, se abbiamo un pubblico di amici e parenti, come spesso accade per le filodrammatiche o per i dilettanti ci faranno la cortesia di rimanere lì buoni e tranquilli ad applaudire. Ci faranno anche i complimenti perché sanno che ci fanno piacere e via dicendo. Ma se abbiamo un minimo di intenzione di portare il nostro spettacolo anche verso un pubblico che non conosciamo non possiamo maltrattarlo annoiandolo sin dai primi secondi, altrimenti non gira. Allora abbiamo bisogno di una sana e robusta situazione.

Solo una sana e robusta situazione, che suscita sorpresa, salva il teatro dalla noia e dall’abbandono!

La macchina

La situazione è la macchina che inchioda il pubblico alla poltrona, in senso buono. Cioè lui resta lì seduto contento perché vuole vedere che cosa succederà dopo perché, date le circostanze che gli suscitano interesse, vuole capire il tutto come continua. Questa la definizione che ne dà Dario Fo nel suo Manuale Minimo Dell’Attore nel quale fa anche alcuni esempi. Un copione è un susseguirsi di situazioni, che vengono messe in scena, una dietro l’altra. Per esempio nell’Amleto lui ne conta almeno quindici e ne cita alcune. Quella iniziale è relativa allo spettro che appare ad Amleto al quale rivela di essere stato assassinato da suo fratello Claudio re di Danimarca. Qui comincia una rivelazione di un assassinio e quindi vogliamo capire adesso che cosa farà Amleto: vendicherà o no suo papà? Altre situazioni sono la partenza del fratello di Ofelia che scatena tutta una serie di opportunità e l’arrivo dei commedianti che consente al nostro di mettere sotto pressione suo zio Claudio e poi la pazzia per mascherare le sue mosse.

La situazione nella storia del teatro

Fo cita anche uno dei principali maestri di tutta la drammaturgia mondiale che è William Shakespeare. Pensiamo alla situazione di Romeo e Giulietta: due adolescenti che si amano ma sono ostacolati dall’odio delle loro rispettive famiglie, i Montecchi e i Capuleti. O pensiamo al Macbeth, tragedia nella quale all’inizio ci sono tre streghe che entrano. Ci sono dei tuoni e dei lampi. La prima dice: «Quando ci incontreremo ancora noi tre? Nel tuono, tra i lampi o nella pioggia?». La seconda risponde: «Quando il ribollio sarà finito, quando la battaglia sarà perduta e vinta». «Ciò avverrà prima che tramonti il sole» chiosa la terza. Quindi c’è un incontro di streghe. Si è avuta una riunione qualche tempo prima. Adesso ne sta per avvenire un’altra. Per fare che cosa? Che cosa stanno macchinando queste tre? Comincia così la profezia che faranno a Macbeth e che costituisce una chiave d’inizio che ci inchioda. Shakespeare era sicuramente un maestro nel creare situazioni. Anche perché nel teatro elisabettiano, come edificio, lo spettatore poteva distrarsi veramente con tante cose: in genere si mangiava in questo tipo di teatro e si facevano altre attività. Si esercitava persino il meretricio e quindi mantenere l’attenzione di tutti era davvero difficile. Questo ha dato all’autore inglese una marcia in più per affinare tutte le sue armi di drammaturgo. Beninteso la situazione non l’ha inventata lui. I drammi antichi ne erano pieni. Consideriamo Le baccanti, giusto per citarne uno. Qui Euripide, l’autore, decide di far arrivare Dioniso a Tebe per fargli ribadire la sua natura divina e dire a tutti che lui non è un uomo. Vi vediamo una missione da parte di Dioniso e vogliamo capire come la condurrà.

La situazione, poi, anche nel teatro del novecento ha continuato ad essere importante. Possiamo notare com’è trattata, ad esempio, da Samuel Beckett in Aspettando Godot. Vi leggiamo:

Strada di campagna, con albero.

È sera.

Con una installazione minimale noi vediamo l’ambientazione della scena e poi la descrizione delle prime azioni:

Estragone, seduto per terra, sta cercando di togliersi una scarpa. Vi si accanisce con ambo le mani, sbuffando. Si ferma stremato, riprende fiato, ricomincia da capo.

Entra Vladimiro.

Vediamo, allora, questi due personaggi in cui uno è impegnato in un’azione molto precisa che è quella di togliersi la scarpa senza però riuscirci. Dopodiché Estragone afferma che non c’è niente da fare. Vladimiro, avvicinandosi a Estragone dice:

«Comincio a crederlo anch’io. Ho resistito a lungo a questo pensiero; mi dicevo: Vladimiro, sii ragionevole, non hai ancora tentato tutto. E riprendevo la lotta. Dunque sei di nuovo qui, tu?».

Ecco si parla di una lotta con la scarpa ma noi capiamo subito che è una metafora. Questo è un esempio di situazione: a cosa si riferiscono questi due, a quale lotta? Anche Becket è un maestro di drammaturgia.

Un altro autore grazie al quale possiamo vedere proprio come s’installa subito una situazione chiara e precisa è George Bernard Shaw che nel Pigmalione prima scrive l’ambientazione della scena e anche lui passa poi alle prime azioni che ci inchiodano immediatamente:

Davanti al teatro del Covent Garden alle 23,15. Torrenti di violenta pioggia estiva, mentre i fischi che chiamano le vetture sibilano freneticamente in tutte le direzioni. Pedoni che corrono a ripararsi nel mercato e sotto il portico della chiesa di San Paolo, dove già si trovano altre persone e fra queste una signora e sua figlia in abito da sera. Tutti brontolano per la pioggia, eccettuato un uomo che nel fondo prende annotazioni con la faccia rivolta alla porta della chiesa, e sembra che si interessi esclusivamente del suo taccuino. L’orologio della chiesa batte il primo quarto.

L’incidente scatenante

Sembra l’inizio di un film. C’è una panoramica con la pioggia davanti al teatro Covent Garden, ci sono delle persone che brontolano tranne questo signore in mano con il taccuino. Chi sarà mai, che cosa sta facendo? Già subito c’è qualcosa che attrae la nostra attenzione. La situazione, soprattutto quella iniziale, serve appunto a questo: è il punto d’attacco, il trampolino di lancio come lo definisce il drammaturgo e scrittore americano Jeffrey Hatcher il quale suggerisce anche di distinguere l’incidente scatenante che avviene prima del dramma. Tornando a citare un’opera di cui abbiamo parlato prima possiamo notare per esempio che l’assassinio è avvenuto prima dell’inizio del dramma dell’Amleto. Quindi per creare una buona situazione possiamo pensare a un incidente scatenante e alla situazione che lo richiama. Questo è un ottimo stratagemma.

La sorpresa

Il perché dobbiamo fare questo non riguarda soltanto il fatto che la situazione, come abbiamo detto all’inizio, è uno dei tre pilastri del teatro ma ce lo dice con parole molto semplici efficaci e chiare Orazio Czertok nel libro Teatro in esilio in cui descrive la pedagogia teatrale del lavoro del teatro nucleo che ha sede a Ferrara e che ha una lunga esperienza con attori non professionisti negli ospedali e nelle carceri. Ebbene scrive in proposito:

La sorpresa è un’interruzione della logica quotidiana, che prelude e accompagna la scoperta. Se osserviamo il comportamento di un bambino piccolo la prima cosa che notiamo è il suo permanente atteggiamento di stupore.

La sorpresa serve a suscitare lo stupore. Perché è così importante la sorpresa si chiede Czertok:

È proprio per mezzo della sorpresa che drammaturgo e regista costruiscono la logica della vita scenica. Pensiamo alla tragedia di Edipo. Nel momento della rivelazione Edipo apprende di avere ucciso il padre e di essere giaciuto con la madre. Se non si sorprendesse, noi spettatori saremmo portati a credere che egli sapesse di aver ucciso il padre, così come sapeva che Giocasta era sua madre. Edipo sarebbe dunque per noi non un giocattolo degli dèi, ma un caso estremo di perversione. Invece proprio perché si sorprende, proprio nel momento in cui lo fa e soltanto se ciò accade, in noi si apre la vastità della tragedia.

Gli incipit

Quindi dobbiamo lavorare bene sull’incipit del nostro lavoro stando ben attenti a creare, con precisione, tutti gli elementi della sorpresa. Parlando di incipit di qualsiasi storia, diciamo che li possiamo trovare anche in testi come per esempio quello di Jack Heffron, Il libro delle idee per la scrittura, ma anche Storytelling for dummies di Andrea Fontana. Iniziando dal primo c’è l’ambientazione di una scena dove noi descriviamo per esempio un luogo in un certo tempo con degli oggetti, cosa che fanno molto bene gli improvvisatori dei Match di improvvisazione teatrale o di altro spettacolo di questo genere la cui regola fondamentale all’inizio è proprio quella di installare per bene quella che sarà la scenografia attraverso la mimica. In questo tipo di spettacoli non ci sono scenografia, regia, copione. C’è solo un’ apertura sulla base di un suggerimento dal pubblico che può essere costituito da uno o più parole e chi entra dopo, ma anche lo spettatore, devono capire bene dove ci troviamo, che cosa sta succedendo, chi sono i personaggi, ecc. Quindi drammaturgicamente bisogna ambientare la scena che è un tipo di avvio con cui qualsiasi storia può cominciare. Si può partire anche creando uno stato d’animo pensando ai personaggi, in quale contesto si trovano, che conflitti hanno tra di loro, con se stessi o con il mondo. Si può anche introdurre la pièce con un dialogo. Molti fanno così. Oppure con una descrizione. Noi abbiamo visto per esempio che in Beckett c’è una descrizione minimale di un’ambientazione e poi vi troviamo subito il dialogo.

La struttura

Consultando i Consigli a un giovane scrittore di Vincenzo Cerami e grazie alla struttura che lui suggerisce, proprio per la situazione, ma anche per tenere in piedi tutto il dramma, c’è un sistema che ha solo quattro punti. Cerami ci dice, prima di tutto, di diffidare della prima idea che ci viene in testa perché è quella più comune, è quella che tutti scriverebbero. Un drammaturgo bravo deve riuscire a trovare un’idea alla quale non si pensa subito, non viene in mente immediatamente. Poi, riguardo alla struttura, si può usare una bellissima ripartizione in quattro punti, alla quale accennavo poco fa, che sono i quattro passi cardine:

1) il conflitto, il trauma che il protagonista ha subìto;

2) la lotta tra il protagonista e l’antagonista;

3) la crisi, il colpo di scena che interviene;

4) la risoluzione.

Con questo impianto ho scritto, per esempio, il mio racconto teatrale Il leone di San Cosimo.

In altri tipi di testi a cui sto lavorando ho usato personaggi che finiscono una storia e ne iniziano un’altra. Per esempio mi sono immaginato Pinocchio diventato adulto al giorno d’oggi, quarantenne, con un suo lavoro, con qualcosa che dice alle persone, da dove viene, che obiettivo ha. Oppure ho pensato che a un certo punto Godot arrivi davvero, che scenda dall’Olimpo dei personaggi immaginati e diventi una persona in carne e ossa.

In ogni storia vogliamo sempre vedere come il nostro eroe se la cava, supera antagonisti e problemi e vive felice e contento.

Call to action

Ora è bene che ti metti subito all’opera. Fai subito un elenco di almeno venti possibili situazioni badando che occupino solo uno due righi. Per adesso scrivi solo una frase che riassume tutta la storia come, ad esempio:

  • un giorno Dante Alighieri si perse per una selva oscura, discese nell’Inferno, poi passò da Purgatorio e Paradiso e infine tornò a guardare le stelle;
  • Renzo e Lucia si amano ma sono ostacolati da don Rodrigo che a un certo punto fa rapire persio Lucia. Poi la peste fa riunire i due giovani;
  • Rocky Balboa è un pugile dilettantee avanti con l’età. Un giorno il campio dei campio Apollo Creed lo sfida.

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