Sette lezioni che ho imparato dal Covid-19

Che cosa ti ha insegnato il covid 19? Quale lezione fondamentale hai appreso dalla pandemia in corso?

Ti faccio questa domanda sulla scorta del fatto che qualsiasi avvenimento ha sempre qualche lezione importante per noi, anche nelle situazioni estreme come quella raccontata nelle 101 storie zen nella quale un uomo sta correndo perché è inseguito da una tigre. Arriva davanti a un precipizio e quindi si butta giù aggrappandosi ad un rampicante. Sotto, un’altra tigre è pronta a divorarlo. E in più due topi, uno bianco e uno nero, stanno mangiando il rampicante. Allora l’uomo si volta e affianco a lui trova una fragola bella e succulenta. La prende, la porta alla bocca, la mangia e la trova dolcissima. In ogni situazione c’è questa fragola che è il simbolo di qualcosa che possiamo assumere e fare nostro. Io mi sono fatto questa domanda: che cosa mi ha insegnato il covid-19? E ho trovato 7 risposte che ora voglio condividere con te affinché ti siano da stimolo e perché ti aiutino a valorizzare questo tempo che stiamo vivendo e i doni che sta portando.

1) Prima lezione: l’arte della riconoscenza verso amici, volontari, medici e infermieri. La mia quarantena è iniziata il 24 febbraio: molto prima delle restrizioni del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dell’11 marzo 2020. Mio padre era appena uscito dall’ospedale e quindi abbiamo deciso di attuare un auto-isolamento. Questo però grazie al grande aiuto da parte prima di amici e poi dei volontari della Protezione Civile. Ma la mia gratitudine va anche, se non soprattutto, ai medici e agli infermieri: le persone normali che in tempi di pre-covid facevano delle scelte comuni. Ebbene, esse al tempo del coronavirus, diciamo così, sono diventate capitali specialmente per coloro che sono diventati martiri della nostra salute, nonostante magari non avessero nessuna intenzione di farlo.

2) Seconda lezione. Ar virus no je devi cacà er cazzo. Utilizzo questa espressione colorita romanesca, presa in prestito da una storia che Gigi Proietti è solito raccontare nella quale ci sta un cavaliere nero e un cavaliere bianco. Er cavaliere nero e er cavaliere bianco un giorno si sfidano a duello. Er cavaliere nero ammazza er cavaliere bianco. Mo’ sto cavaliere bianco ha tre figli che vogliono vendicare il padre. Allora sfidano a duello il cavaliere nero ma il Cavaliere Nero li ammazza tutti e tre. Mo’ i tre cavalieri bianchi c’avevano altri tre figli. Ciascuno di loro. E allora arrivano nove cavalieri bianchi che sfidano a duello er cavaliere nero che fa una strage: li ammazza tutti. Mo’ sti nove cavalieri bianchi c’avevano tre figli ciascuno e arrivano 27 cavalieri ma er cavaliere nero è più forte di tutti e li ammazza e li fa fuori tutti. Mo’ sti cavalieri bianchi, ciascuno di loro aveva altri tre figli ma non vi sto a raccontare tutta la strage di generazioni e generazioni che il Cavaliere Nero alla fine combina. Ma quale è la morale di questa storia? Che al Cavaliere Nero no je devi cacà er cazzo e lo stesso al virus: no gli devi rompere le palle. Lo devi lasciare dove sta, dove voleva stare alla fine, dove tutti gli altri virus stanno e cioè nelle foreste e nei boschi e nelle grotte e via dicendo. Se tu vai a distruggere il loro ambiente naturale non trovano più dei “serbatoi”. Così vengono definiti gli organismi che attaccano. Chiaro che così fanno la cosiddetta zoonosi e cioè il passaggio da un animale all’altro. Quindi sono passati dagli animali nei quali stavano nella situazione in cui si erano sviluppati, i pipistrelli, agli esseri umani. Ma se noi no j’avessimo cacato er cazzo questo non sarebbe successo. Ci sono molti altri virus in natura. La gran parte sono sconosciuti e magari tali rimarranno per sempre. Ciò che è avvenuto è il frutto di un grave disequilibrio mondiale, di un abuso delle nostre risorse naturali. Quest’idea può diventare ancora più chiara se si legge Spillover di David Quammen. Questo autore americano è stato per tutta una vita appresso agli scienziati e ai medici che facevano delle spedizioni per studiare virus e batteri. E a un certo punto lui parla di un pericolo, di un grande pericolo, il cosiddetto big one, dicendo Dio non voglia che un giorno arrivi un virus con queste caratteristiche ecc. perché altrimenti… Ed è ciò che è avvenuto in questo periodo. Ci serva da lezione affinché apprendiamo a comportarci con maggiore rispetto verso il nostro pianeta.

3) Terza lezione. Ho un tetto che è meglio del Colle di Leopardi. Ricordi la sua poesia L’infinito che dice così:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ecco, io a un certo punto, soprattutto all’inizio, ero diventato isterico, claustrofobico. Allora sono scappato sul terrazzo e ho cominciato a guardare gli alberi in lontananza, il cielo e la mia anima ha cominciato a sentirsi meglio a liberarsi un po’ e guardandomi intorno mi è venuta anche l’idea di Radio Terrazzo: il podcast che ho tenuto per un mese anche grazie all’aiuto di amici artisti che ogni tanto mi mandavano i loro audio. È stato un esperimento davvero creativo e interessante reso possibile dalla pandemia da un lato e dall’altro dallo sviluppo della creatività, dal trovare delle risorse che manco ti immagini di avere in momenti delicati e difficili.

4) Quarta lezione. Ho imparato a fare il caffè messicano e devo dire grazie per questo al mio maestro danzatore e sciamano Ollinatl Contreras. Durante una delle interviste che ho fatto per Radio Terrazzo lui mi ha raccontato la ricetta del caffè che si fa con la moka, con l’infuso di cannella e il succo di limone: si mischia tutto e viene fuori una bella tisana molto piacevole nel sapore e piuttosto stimolante.

5) Quinta lezione. È la gente che fa la storia. Si veda il caso Napoli o di altre città dove il contagio si è abbassato sin da subito con ritmo rapido perché le persone, citando la canzone famosa di Francesco De Gregori (La storia siamo noi) quando bisogna fare le cose fondamentali, quando devono tirar fuori le palle sanno esattamente che cosa devono fare.

6) Sesta Lezione. Ci sono 300 modi diversi per aprire un rubinetto. E ora ho citato un esercizio che Matteo Salvo consiglia nel suo libro Il segreto di una memoria prodigiosa, tecniche di memorizzazione rapida. Ecco io mi sono dedicato agli esercizi che lui indica e uno di questi richiedeva lo scrivere 300 diversi modi per aprire un rubinetto. Io ti posso assicurare che ce ne sono anche di più, che 300 sono persino limitati e magari un giorno ci farò un post su questo raccontandoti delle idee che sono venute fuori. Alcune davvero sorprendenti. Grazie Matteo.

7) Settima ed ultima lezione. Siamo tutti figli di Francesco d’Assisi. E del suo rapporto diretto con Dio. Questo mi è venuto in mente soprattutto all’inizio della quarantena, quando è diventato chiaro che le messe non erano più frequentabili e che quindi i sacerdoti erano venuti un po’ meno nel loro ruolo di intermediari con Dio. Ho riscoperto allora il rapporto diretto con il sacro che è una delle maggiori eredità da parte di Francesco d’Assisi: questo rivolgersi a tu per tu con il Padreterno e scoprire che tra noi e la sorgente della vita non ci sono differenze, non ci sono distanze. Siamo un tutt’uno con l’universo.

E a te invece? Quale lezione ti ha insegnato la pandemia? Scrivila nei commenti. Grazie.

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