Le Lezioni Americane e i social

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Il faro nell’oceano della rete

Tutti ci abbiamo fatto gran ricorso durante il periodo del lockdown, tra Marzo ed Aprile 2020, per tenerci in contatto, per informarci, per avere qualcosa da fare, per comunicare, ecc. I social network hanno visto moltiplicarsi a dismisura i loro utenti. Facebook, dato per moribondo a Febbraio 2020, all’improvviso ha visto così tanti visitatori che ha iniziato ad avere problemi con i suoi server, tanto da paventare un vero e proprio “caso facebook“. Troppe visite. Ed anche ora che la fase più acuta della pandemia è alle spalle questo social, insieme ad altri come Twitter, Instagram, TikTok ed altri ancora conta su numerose interazioni. Più in generale tutta la rete ha visto svilupparsi un traffico mai visto prima e gli ultimi pregiudizi nei suoi cofronti sono venuti meno a causa delle necessità degli studenti di continuare le lezioni scolastiche, ad esempio, e di chi prima lavorava in ufficio e ora usa lo smart working o lavoro agile, come si preferisce. Siamo insomma ormai diventati tutti un po’ dei cyborg, come ha di recente dichiarato il patron di Tesla e Space X Elon Musk. In tanti momenti della giornata ricorriamo a tante app su più di un device (apparecchio). Ma sappiamo ancora poco su come si comunica, su quale linguaggio utilizzare, sulla struttura stessa delle espressioni da utilizzare e sugli stili più efficaci. Chi mastica la scrittura per il web o comunque la comunicazione da anni fa ricorso ad uno scrittore che nella sua immaginazione ha in qualche modo prefigurato le esigenze odierne e le ha teorizzate nel 1985 in Lezioni Americane, un testo che gli sarebbe servito per delle conferenze negli Stati Uniti. Sto parlando di Italo Calvino che, per la verità, non ci ha mai lasciati orfani perché continua a fare compagnia, continua ad essere più che mai vivo. Continua ad essere una voce che spunta qua e là, in momenti impensati, come una sorpresa che trovi quando svolti l’angolo di una strada, quando entri in edifici che non avevi mai visto, quando, in treno, guardi il paesaggio. Certo, in questo c’è la complicità, perlomeno per me, del fatto che è tra i miei scrittori preferiti e che quindi di tanto in tanto torno a leggerne le opere e, a volte, scrivo qualcosa su di lui e la sua letteratura. Per quanto mi riguarda è infatti una guida per non perdermi nel mondo odierno, così pieno di post, tweet, notizie, chat che costituiscono un gigantesco overload. Oggi quindi ti ripropongo uno sguardo ai suoi cinque valori che possono essere il faro della nostra spessa presenza nell’internet.

Sommario

La leggerezza dei libri

 La gente vuole leggerezza! Sii leggero! La leggerezza dei biscotti, dell’acqua minerale, di questo o quello snack… Su radio, televisioni, giornali da una parte e sui social network dall’altra la leggerezza sembra essere un must a cui non si può rinunciare. Chi non la pratica è considerato uno fuori del coro, uno a cui non prestare attenzione, dal quale stare lontano. Ma si tratta davvero di leggerezza? Temo che siamo di fronte a un grande fraintendimento. La leggerezza effervescente di certi programmi televisivi nazional-popolari, ad esempio, o di certi quiz, pensati per distrarre, per “non far pensare”, ad esempio, pur avendo diritto di cittadinanza nelle nostre scelte da telecomando, è ben lontana da quella suggerita dallo scrittore ligure. A dirla tutta è l’opposto. Quella proposta nel libro di cui vi sto parlando è piuttosto la leggerezza pensosa di un Guido Cavalcanti che, non a caso, viene scelto come testimonial, diremmo oggi, di questo valore per il nuovo millennio:

Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.

Perciò possiamo star certi che tutta quella quantità di selfie e foto fatti mentre siamo ubriachi alle feste di compleanno o ai party in riva al mare o chissà dove tutto sono tranne che leggeri. In molti credono che quel genere di scatti rendano memorabili, immortali quei momenti. In realtà succede il contrario: buttiamo quegli istanti nel più rapido degli oblii. Con questo non voglio condannare tutte le fotografie, ci mancherebbe altro, sarebbe stupido. Voglio solo dire che la ricerca dell’effervescenza in ogni momento e a tutti i costi rende ciascun minuto della nostra vita opaco, indistinguibile dagli altri, pesante e insostenibile. Invece che prendere il volo e diventare magari virali, certi contenuti, sembrano attaccati ad una grossa pietra. Se vogliamo che si librino e si diffondano nella rete sarà bene lasciarsi ispirare da una delle più belle figure mitologiche citate dal nostro scrittore: Pegaso. Questo cavallo alato nasce dal sangue della Medusa, il mostro il cui sguardo pietrifica, che Perseo decapita. E ci riesce perché invece di guardarlo direttamente, ne osserva il riflesso sullo scudo di bronzo. Una metafora, questa, meravigliosa, oltre che efficace. Le notizie ci induriscono il cuore, ci inaridiscono l’anima, ci prosciugano la linfa vitale. Perché non accada dov’è il trucco? Come si fa a non farsi prendere dallo scoramento quotidiano propagandato dai mass media? Dov’è che è meglio dirigere lo sguardo? A quale specchio sarà meglio rivolgersi? Non credo di forzare troppo l’interpretazione di queste lezioni di cui stiamo disquisendo, se dico che il nostro scudo per avere una possibile visione di ciò che succede con i mostri in circolazione sono i libri. A pensarci bene, infatti, è lì dentro che finiscono le migliori riflessioni. Ed è seguendo proprio l’etimo di riflettere che capiamo che occorre un ripiegamento su se stessi, per guardarsi dentro, là dove gran parte delle risposte alle nostre domande ci attendono. I libri non sono altro che il dialogo con le parti più intime e profonde di noi stessi. Un po’ come quando sott’acqua, al mare, i rumori e la luce di fuori vengono attutiti e possiamo quindi stare meglio in compagnia di noi stessi, almeno per un po’. Quindi il primo suggerimento che ci viene dal primo valore è di leggere più libri.

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La rapidità di Galileo

Se dal sangue della Medusa nasce Pegaso, il cavallo alato, simbolo della leggerezza c’è sempre il cavallo anche al centro del secondo concetto-chiave: la rapidità. Sebbene con gli attuali razzi per lo spazio possiamo viaggiare a velocità ben maggiori, questo nobile e fiero animale non perde la sua forza anche i termini di metafore. Calvino, citando Boccaccio, ci dice che un testo narrato, la novella nella fattispecie, è una corsa dove il cavaliere deve saper ben condurre il cavallo, soprattutto per quanto riguarda il ritmo, un aspetto molto importante sia per i racconti orali, come per le barzellette e altre forme di racconto. Passando poi a citare Galileo Galilei, il nostro autore ci fa presente che persino il discorrere attorno a un problema è come il correre per il quale serve un cavallo veloce, magari barbero. Non si tratta di portare, di trasportare grandi quantità. E quindi non servono cento cavalli frisoni dice Galileo. Il che equivale a dire che non occorrono molti ragionamenti, ma uno solo, veloce, che vada dritto al segno, che colga il punto centrale. E questo non è valido solo per le scienze ma in tanti altri settori. Come, per esempio, nel lavoro degli investigatori che sotto il profilo dei tempi, dei ritmi sono costretti a comportarsi come gli scienziati e come gli scrittori e tutti coloro che devono raccontare una storia, sotto qualsivoglia forma. Non c’è tempo, infatti, per raccogliere tutte le prove, per archiviare tutti gli indizi, per avere tutte le testimonianze. Ad un certo punto occorre esser capaci di fermarsi e tuttavia giungere a conclusioni efficaci, che funzionano e che spiegano ogni aspetto. Meglio ci riesce chi pianifica i propri progetti. Per esempio il blogger che volesse non perdersi nel labirinto della scrittura compone una traccia la più precisa possibile del percorso che intende compiere. Una delle sue capacità che più lo aiutano è quella di saper compiere delle ricerche nelle fonti che gli occorrono. Dal momento che i motori di ricerca restituiscono a volte milioni di risultati per una parola chiave deve esser capace di capire fin dove spingersi e in quanto tempo. E in tutto questo deve saper selezionare le fonti più autorevoli. Qui Italo Calvino cita due dei la cui combinazione può diventare micidiale: la concentrazione di Vulcano e la velocità di Mercurio. Ogni giorno, come contadini del campo che ci è stato dato di coltivare, occorre zappare, mondare, ecc. Ma ci sono giorni in cui, all’improvviso, i frutti maturano e occorre raccoglierli nel più breve tempo possibile. Quindi il secondo suggerimento che ne traiamo è di raccogliere le informazioni possibili ma poi non perdersi, decidersi.

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L’esattezza e l’Infinito

Te lo immagini Italo Calvino alle prese con Facebook, Twitter e Instagram? A Giugno del 2015 ci fu una polemica esclamazione di Umberto Eco:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

Per quel che so di Calvino si sarebbe schierato accanto al collega. Anzi, a ben guardare fu addirittura più sferzante quando ne le Lezioni americane si riferì all’uso delle parole da parte delle persone:

Alle volte sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Questa malattia, questa degradazione, non colpisce solo le parole ma anche le immagini e gli creano il disagio per “la perdita di forma”. La televisione se da un lato ha insegnato l’italiano agli italiani dall’altra ha impoverito lo stesso modo di esprimerci, fino a fare del nostro parlare l’esprimersi di moribondi. Non c’è sale nella nostra minestra spesso. Finiamo con il tirar fuori una comunicazione insipida, spenta, brutta come l’insieme di “carte unte, resche, risciacquatura di piatti, resti di spaghetti, vecchie bende” che lo stesso Calvino immagina, ne Le città Invisibili, essere i tetti della città di Bersabea. Per salvarci da questo abbiamo bisogno di un linguaggio più attento ai dettagli, che si attenga con precisione ad esso, che non sia approssimativo. Il paradosso è che nell’epoca in cui le legioni di imbecilli hanno a disposizione smartphone, tablet, pc per riempire la rete di testi e immagini questi ultimi stanno man mano perdendo di significato. Invece che distinguersi i più finiscono con l’alimentare quel che è ormai rumore bianco. Ci aiuterebbe, qui, una lirica di Giacomo Leopardi nella quale ci siamo forse imbattuti a scuola, L’Infinito, e che magari abbiamo liquidato nel più breve tempo possibile come la gran parte di tutto quel che ci hanno dato da studiare. Questa poesia ci aiuta nella misura in cui impariamo ad affidarci alla musica delle parole o, meglio, alla loro musicalità che restituisce tutto il turbamento interiore del nostro rapporto con l’infinito, uno dei problemi filosofici più trattati. E Leopardi ci riesce grazie alla sua poetica dell’indefinito che è tanto più efficace quanto più i dettagli sono precisi, esatti. Quindi il suggerimento per approfittare dell’esattezza è quella di precisare il più possibile le nostre parole, il nostro linguaggio.

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La visibilità e la fantasia

Sul quarto valore proposto da Italo Calvino in Lezioni Americane devo subito avvertire che per visibilità non s’intende il mettersi in mostra, il farsi vedere, il farsi conoscere. Questa è, infatti, una parola cara a tanti organizzatori di eventi che chiamano gli artisti e dicono loro la fatidica espressione: «Non abbiamo soldi ma ti offriamo visibilità». Sul web essa viene coniugata con l’ossessione di essere in testa ai motori di ricerca, dell’essere i più cliccati dopo una ricerca. Nei social network, poi, è il numero di like la pietra filosofale alla quale in molti anelano. Infine i casting dei maggiori programmi televisivi italiani sono sempre frequentati oltremisura da chi cerca di esibirsi a qualsiasi costo, pur non avendo nulla che valga la pena di far vedere. Qui per visibilità s’intende ben altro e cioè la capacità di scrittori e narratori di pensare per immagini, una facoltà questa che per esempio uomini di teatro come Marco Baliani, Ascanio Celestini, Marco Paolini e tanti altri ben conoscono e utilizzano soprattutto nei loro racconti. Lo stesso Calvino rivela come all’inizio dei suoi racconti ci sia un’immagine carica di significato e da sviluppare in una serie di immagini che da essa scaturiscono. Ancora una volta qui lo scrittore e lo scienziato, come abbiamo già visto per la Rapidità, utilizzano uno strumento simile, le associazioni di immagini nella fattispecie. Sono esse a guidare alla scoperta e quindi al disvelamento. Questo è il procedimento della fantasia che Italo Calvino così definisce:

La fantasia è una specie di macchina elettronica che tiene conto di tutte le combinazioni possibili e sceglie quelle che rispondono a un fine, o che semplicemente sono le più interessanti, piacevoli, divertenti.

La buona notizia è che tutti abbiamo una grande fantasia. Solo che va coltivata, sviluppata come qualsiasi altro nostro dono o muscolo del nostro corpo. Ci dobbiamo soltanto lavorare su se sentiamo di averne poca e comunque mai essere severi con se stessi a questo proposito. E il suo punto di partenza è davanti al nostro naso, come scrive Bruno Munari in Fantasia:

Il prodotto della fantasia, come quello della creatività e dell’invenzione, nasce da relazioni che il pensiero fa con ciò che conosce. 

A questo proposito il suggerimento ora diventa quello di provare a divertirci collegando tra loro, giocando, gli elementi più disparati.

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La molteplicità dell’ingegner Gadda

Se scrivo la parola Multiplex in tanti, com’è giusto, penseranno a quei cinema altrimenti noti come multisala. Qualcuno un po’ più avanti con gli anni assocerà a questo termine certi apparecchi telefonici a cui si potevano associare più linee. Questi sono due dei diversi significati di questo vocabolo latino in uso nella nostra lingua, laddove ci riferiamo alla molteplicità. Di quest’ultima diciamo per esempio che un artista ha molteplici interessi quando si occupa di varie discipline e di varie tecniche come poteva accadere per Leonardo da Vinci. Italo Calvino per parlarci di questo valore sceglie uno scrittore come Carlo Emilio Gadda e un suo romanzo in particolare che è Quer pasticciaccio brutto de via Merulana nel quale c’è la fondamentale figura del “nodo o groviglio o garbuglio o gnommero” che si può dire essere al centro della narrazione e dalla quale scaturisce una rete di relazioni che è, in pratica, infinita. In altri termini l’ingegner Gadda è uno scrittore enciclopedico che invece che ridurre amplifica i concetti, ne esplora a iosa, fa infinite divagazioni, arriva ad abbracciare l’intero universo, o quasi. E la lettura di questi percorsi è tanto più piacevole quanto più è varia, ha la possibilità essa stessa di ripercorrerli dilettandosi. C’è tutto il gusto letterario, qui, se vogliamo per il pastiche. Quando il commissario Ingravallo sale in casa Balducci a via Merulana a Roma per ispezionare il cadavere della signora Balducci nota:

Palesava come delle filacce rosse, all’interno, tra quella spumiccia nera der sangue, già raggrumato, a momenti; un pasticcio! con delle bollicine rimaste a mezzo. Curiose forme, agli agenti: parevano buchi, al novizio, come dei maccheroncini color rosso, o rosa.

Anatomia e cucina qui si fondono in un pasticcio che non è solo quello della carotide del cadavere ma di tutto il giallo e alla fine di tutto il mondo a cui lo scrittore si rivolge con avidità di conoscenza. Una tecnica di scrittura, la sua, che ricorda le mappe mentali: da un’immagine centrale, il concetto-chiave, si diramano con un procedimento radiale tutte le associazioni possibili, anche grazie all’uso di gerarchie, in una serie di passaggi che possono anche non aver fine. Il bello è che in questo divagare non ci perdiamo mai perché ne abbiamo la mappa che costruiamo noi stessi idea dopo idea. Consiglio questa tecnica a chiunque voglia studiare o leggere un testo, organizzare degli appunti, ideare un progetto o un evento, sta cercando delle idee, deve raccontare una storia. Le sue applicazioni sono molteplici, quindi impara quest’arte e praticala, non metterla da parte .

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Il tuo stile

Ed ora tocca a te! Scegli uno o più di questi valori e mettili in pratica. Quali scegli e perché? Scrivilo nei commenti, grazie!

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