Attila e la stella

Attila in a museum in Hungary. Photo taken 2005 by A. Berger

8 Giugno 452, Attila invade l’Italia o, almeno, inizia una delle sue tante campagne militari nella penisola italiana dirigendosi verso Trieste. Poi sarà la volta di Aquileia, Padova e Milano. Fino a quando incontrò papa Leone I e decise di abbandonare il bel paese e volgere i suoi uomini altrove. Questa pagina di storia ha affascinato scrittori, registi, musicisti e cantanti. Uno di questi è Antonello Venditti che dedica alla ritirata del re unno una delle sue più belle canzoni, Attila e la stella, in cui così canta:

Barbara luna rosso scudo
Il re degli Unni guardava Roma
Uomo di poca fantasia
Lui la scambiò per una stella

Su questo incontro si narra il mito dell’influenza che il papa riuscì ad avere su di lui, chissà. Molto probabile che furono le ingenti somme in oro ricevute a convincerlo a puntare altrove. O forse non volle compiere anche lui quel sacco di Roma  a cui invece Alarico diede seguito nel 410. Potrebbe essere rimasto colpito dalla grandezza della città, scambiata per una stella appunto. D’altronde da giovane era stato ostaggio dell’Impero Romano d’Occidente. Comunque questa è una storia di uno dei condottieri più potenti di sempre e di una città con molte delle sue grandi vestigia ancora in piedi, sebbene all’inizio di un declino che durerà fino al Rinascimento. A scuola si racconta di come i Romani rispettarono la cultura greca fino ad adottarla, pur modificandola. Altrettanto fecero i barbari che, in qualche modo, furono enormemente impressionati da ciò che videro, dagli immensi tesori dell’urbe. Su questo si basa, in fin dei conti, quel Sacro Romano Impero che si protrarrà fino quasi all’alba dell’Unità d’Italia. Tuttavia bisogna uscire dai limiti della eccessiva semplificazione scolastica perché i cosiddetti barbari proprio barbari non erano.

Ma torniamo a quell’otto giugno e ai pensieri del cosiddetto “flagello di Dio”. Attila era reduce dalla Battaglia dei Campi Catalaunici del Giugno dell’anno precedente in cui nessuno dei contendenti uscì davvero vittorioso nonostante i sanguinosissimi scontri. La sete di vittorie e bottini portò gli Unni proprio verso l’Italia a quel punto. Perciò grandi erano le aspettative. Nonostante questo Attila volse le spalle all’Italia e a Roma, finendo la sua vita tra l’altro l’anno successivo, stroncato da un’emorragia a seguito di un lauto banchetto. E così tutto questo quadro si tinge di colori di grandezza e struggimento. Un mito costruito per lo più nel medioevo perché questo sovrano di cui stiamo parlando in realtà era noto per la sua morigeratezza e la sua sobrietà, pur in un contesto di saccheggi e devastazioni che gli eserciti dell’epoca compivano. Siamo quindi lontani dal ribaltamento che è stato fatto a proposito di questa figura storica, dipinta come l’icona stessa della barbarie. Chi era Attila allora? Lo chiediamo a Valerio Massimo Manfredi.

L’iconografia di Attila nella storia sarà la più svariata da Raffaello a Diego Abatantuono passando per Anthony Quinn e Mina, come ci racconta una galleria su corriere.it. Vale allora la pena ascoltarsi l’intervista impossibile di Guido Ceronetti con Carmelo Bene nei panni del barbaro.

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