Il magico potere degli occhi per risolvere i problemi

Il magico potere degli occhi

Il potere dello sguardo

Qual è la prima azione che fai davanti a un problema? Quando hai un ostacolo davanti a te qual è la prima decisione da prendere? La prima cosa da fare è guardare, osservare il problema. La condizione ideale è quella di isolarlo come si può fare con una palla di natale appesa a un albero come dice Edward Hodnett nel suo libro L’arte di risolvere i propri problemi perché se il problema puoi guardarlo da tutte le angolazioni possibili sei nella situazione migliore per esaminarlo. Gli occhi sono un elemento da subito importante di fronte a una difficoltà da affrontare. Ma c’è di più: lo sguardo è una vera e propria arma che si può utilizzare per rimproverare i figli, ad esempio, per sedurre i possibili partner, ipnotizzare i pazienti come faceva Milton Erickson, per incutere paura come sanno bene i gangster e i criminali, per indurre il pentimento. Come non ricordare la notte in cui Pietro rinnegò per tre volte Gesù. Il vangelo di Luca racconta che a un certo punto Gesù guardò Pietro che pianse amaramente. In questo articolo impareremo che cosa vuol dire osservare un problema, guardarlo con gli occhi giusti e quindi trovare con facilità il cammino da percorrere. Scoprirai che forse finora non hai avuto la possibilità di vedere davvero la natura del problema che hai di fronte.

Il cinema conosce bene il potere delle sguardo. In tantissimi film ci sono inquadrature di occhiate significative. Si prenda ad esempio il triello de Il buono, il brutto e il cattivo quando verso la fine del film si ha il cosiddetto stallo alla messicana in cui il Biondo, Tuco e Sentenza si fronteggiano tra di loro. Ci sono degli attori, poi, che hanno fatto dello sguardo una loro peculiarità come Paul Newman. La differenza negli sguardi diventa rivelatrice nei due personaggi principali, Clarice e Hannibal, de Il silenzio degli innocenti. Gli occhi della trigre, infine, diventano un leit motiv nei film di Sylvester Stallone su Rocky Balboa. Un attore italiano dallo sguardo molto caratteristico è Tony Sperandeo con il quale ho lavorato in una puntata de La Nuova Squadra a Napoli. Durante la preparazione della scena con un assistente lo sentì esclamare: «U talìu», cioè lo guardo. Doveva, infatti, scrutarmi con gli occhi. “Taliare” è un verbo siciliano, forse di origine greca o araba. Riguarda il controllo delle vedette sulle torri costiere per avvistare eventuali attacchi dal mare e quindi rientra nella sfera militare, concerne la vigilanza nei confronti dei possibili pericoli.

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Guardare negli occhi

Il Problem Teller, colui che cioè utilizza il Problem Telling che è l’arte di risolvere i problemi raccontandoli, legge lo scenario innanzitutto. Occorre guardare quali sono i fattori in gioco, le componenti del problema, le sue parti, per capirne la struttura. Diventa importante cogliere eventuali minacce e quindi se è il caso di scappare (e a questo punto diventa fondamentale individuare le vie di fuga) o affrontare la situazione. Ci possono anche essere delle opportunità su cui posare lo sguardo o delle risorse alle quali si può fare riferimento. Il Problem Teller più di ogni altro  vede il problema quando è grande, mastodontico e gli altri non vogliono ammetterlo. C’è un’espressione inglese tipica a questo riguardo che è “elephant in the room” (l’elefante nella stanza) che si riferisce a quelle situazioni in cui in una famiglia, in un’organizzazione, in un gruppo di persone c’è un problema enorme, grandissimo ma tutti fanno finta, per convenienza o per altre ragioni, di non vederlo. Il Problem Teller racconta anche questo tipo di problemi un po’ come nella fiaba I vestiti dell’imperatore quando alla fine un bambino smaschera il re che è nudo. D’altro canto il Problem Teller coglie anche i problemi più piccoli (o che tali appaiono all’apparenza) o quei dettagli che sembrano quasi svanire, come un investigatore, come Sherlock Holmes.

Oltre che leggere lo scenario il Problem Teller  risolve un determinato problema già solo con lo sguardo. Mi riferisco a ciò che scrive Matteo Rampin in Arte della scena e problem solving: ci sono delle persone dallo sguardo fisso come meccanismo di potere. Personaggi memorabili a questo riguardo sono, per esempio, Grigorij Rasputin, l’Ayatollah Khomeini, Georges Gurdjieff. È importante saper guardare con sicurezza, mostrare di avere una certa fermezza. Anche se è consigliato di avere comunque uno sguardo dolce, non aggressivo, perché se è troppo fisso si potrebbero ottenere degli effetti opposti a quelli desiderati. Un accorgimento al quale prestare attenzione è il battere delle proprie palpebre. Ti sei mai chiesto perché nei cartoni animati i personaggi battono di continuo le palpebre? Questo meccanismo serve a non spaventare i bambini. Ma funziona anche con gli adulti. Il Problem Teller attraverso lo sguardo mostra interesse, fa capire ai suoi interlocutori che li sta guardando, che ci tiene a ciò che loro gli stanno dicendo. Non è distratto come certi medici, avvocati e altri sedicenti professionisti. Guarda negli occhi le persone e non le giudica. Questo non è prerogativa solo di sacerdoti e psicologi.

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Il colpo d’occhio

Oltre che gli occhi propri ci sono quelli degli altri. Delle volte occorre far guardare le persone in direzioni prestabilite. Si utilizza a questo proposito quella che Matteo Rampin, in un altro suo libro quale Pensare come un mago, chiama “diversione dell’attenzione”. Che cosa succede quando guardi un prestigiatore? Accade che magari dai retta, ad esempio, alla mano destra mentre lui con la mano sinistra realizza quel trucco che tu non vedi. Pensa anche agli scrittori di gialli. Ti fanno concentrare su alcuni particolari che ritieni importantissimi mentre in realtà ciò che conta davvero magari è celato o poco accennato. I prestigiatori, gli ipnotizzatori, i pubblicitari sono molto abili nel dirigere il nostro sguardo e nel manipolarci (in senso buono). Anche i cineasti lo sanno fare bene. Sergio Rubini lo fa magistralmente nel suo film dal titolo Colpo d’occhio che, in parte, tratta alcuni aspetti dei quali stiamo discorrendo qui.

In alcune situazioni, poi, occorre tenere “a portata d’occhio” qualche illustrazione a riguardo di un problema come, ad esempio, mappe mentali, mappe concettuali, flow chart, diagrammi, grafici ecc. Io le immagini a cui sto lavorando o che mi servono per qualche progetto sono solito stamparle e tenerle davanti agli occhi il più a lungo possibile, un po’ come fanno i pittori che tengono su dei cavalletti i dipinti in corso d’opera nel loro studio per scorgere alcuni dettagli finché le opere non sono terminate.

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Creature di luce

Dove guarda il Problem Teller? Qual è l’elemento primario che cerca con i suoi occhi? Chi meglio di un trainer per attori come Jurij Alschitz ci può aiutare in questo? Ne La grammatica dell’attore scrive:

Fino a 40 anni ho pensato che la farfalla volasse perché è una farfalla, ma le cose non stanno così. Vola innanzitutto perché si nutre di luce. Vola finché non si esaurisce il suo polline iridescente.
Anche l’uomo ha una forza iridescente simile. Anch’egli percepisce la potenza della luce. La luce influisce sulla sua psiche, sul suo sistema nervoso, cambia il suo potenziale energetico. Tutto il processo mentale si chiarisce o addirittura cambia al cambiare di una fonte luminosa. Se si muta l’angolazione con cui la luce si riversa sulla scena o si cambia bruscamente tutta la luce l’effetto energetico sull’attore sarà significativo.

Che cosa ci vuole dire questo grande trainer? Siamo creature di luce, è a questa che aneliamo un po’ come le piante nella fotosintesi clorofilliana. Ci serve la luce per fare chiarezza. Non è un caso che nella Bibbia i primi versetti siano dedicati alla luce. Nel racconto della creazione con cui comincia la Genesi si legge:

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.

Dio stesso ha bisogno nell’atto primigenio della creazione di fare luce. Allo stesso modo di fronte a un problema abbiamo bisogno di rivolgere l’attenzione, innanzitutto, ai punti di luce e farne delle lanterne per illuminare ciò che in un primo momento è oscuro, non chiaro.

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I secondi occhi

Come si fa a guardare al meglio una determinata situazione? C’è qualcosa che ci può aiutare a sviluppare la visione? Certo che c’è. Gli attori a riguardo sviluppano la consapevolezza dello sguardo che un buon Problem Teller farebbe bene a fare propria. Eugenio Barba e Nicola Savarese ne L’arte segreta dell’attore, parlando degli occhi, dicono che quest’ultimo deve sviluppare l’abilità di mostrare al pubblico l’azione del vedere. A tal proposito c’è un grande esponente del Teatro del Nō, Zeami, che parla di “secondi occhi” dell’attore perché quest’ultimo ha “gli occhi di fronte e il cuore di dietro”: deve guardare non solo avanti a se stesso ma deve tendere a guardare dietro. Questo tentativo produce una tensione nella spina dorsale che rende vigili, attenti e pronti ad ogni evenienza. Questo non serve solo agli attori per essere più vivi sulla scena ma anche a chiunque di noi per avere un atteggiamento di rapida reazione a qualsiasi circostanza, uno stato di prontezza nel quale è difficile che qualcosa ci spiazzi, ci sorprenda. Potremmo dire che la miglior difesa non è l’attacco ma la visione.

Sia chiaro che il tipo di azione qui richiesta non è tanto il fissare ma il vedere. Ancora una volta ci facciamo aiutare in questo da un’altra grande trainer teatrale come Viola Spolin che nel suo libro Esercizi e improvvisazioni per il teatro scrive:

Un allievo non deve solo guardare. Deve vedere se vuole risolvere il problema. (…) Avere lo sguardo fisso significa tenere una tenda di fronte agli occhi, limitante quanto tenere gli occhi chiusi. È uno specchio che riflette l’attore verso l’attore. È isolamento. Gli allievi-attori che fissano ma non vedono si impediscono di esperire direttamente il loro ambiente e di entrare in rapporto.

Se fissi qualcuno o qualcosa finisci con il non vedere. Questo bisogna tenere ben presente se si fissa un dettaglio ma non si vede l’insieme. Gli occhi devono essere vivi, attenti a ogni particolare, anche quelli che ti stanno alle spalle con “i secondi occhi”. Per sviluppare questa consapevolezza uno dei giochi che viene più utilizzato nel trainer teatrale è quello dello specchio: due allievi si mettono uno di fronte all’altro e ciascuno riflette i movimenti dell’altro, come davanti a uno specchio, con la massima precisione possibile. Questo esercizio risveglia i neuroni specchio, specializzati nell’apprendimento per imitazione. Il Problem Teller osserva le persone ed entra in contatto con loro anche grazie a questo tipo di neuroni. Anche se qui è importante introdurre un’ulteriore distinzione: bisogna essere capaci di riflettere ma non imitare perché spesso l’imitazione è un passo in più,  superfluo, che non serve. Per chiarire questo aspetto ricorriamo a un altro libro di Viola Spolin Giochi di teatro per le scuole:

I giochi dello specchio permettono ai giocatori di stabilire un contatto tra loro mediante l’atto di guardare. Per rispettare l’idea di base gli allievi devono cercare unicamente di riflettere, senza interpretarlo, ciò che vedono.(…) Riflettere come uno specchio implica una reazione non verbale, né intellettuale.
Nell’imitazione, ciò che uno vede viene filtrato attraverso l’analisi e solo dopo mostrato agli altri. Questo crea un intervallo di tempo, durante il quale si insinuano ipotesi e pregiudizi che annullano la spontaneità. Nella riflessione autentica non c’è alcuno scarto di tempo tra pensiero e azione – il giocatore agisce d’istinto.

Il Problem Teller perciò non si dà all’imitazione perché così finisce per introdurre una sua interpretazione nella situazione in cui sta agendo che non è richiesta, che pregiudica il suo stesso operato. Invece riflette nel senso di giocare d’istinto perché solo così diventa capace di vedere tutti gli elementi importanti dello scenario in cui si sta muovendo. Lo storytelling è tanto più efficace quanto più sa trarre da un quadro complesso degli elementi più o meno aderenti che raccontano tutto un mondo. Questo lo sanno bene i fotografi e gli scrittori più bravi. Le aziende e le organizzazioni non sfuggono a queste dinamiche. In questi contesti il Problem Teller fotografa la situazione e la riproduce con chiarezza a beneficio degli altri. Si tratta di due azioni, l’una conseguente all’altra: guardare e poi far guardare. E tanto meglio ci riuscirà quanto più si presenta scevro da intenzioni e pregiudizi.

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Il tuo sguardo

Ricapitolando, il Problem Teller sa appendere il problema come si fa con una palla colorata all’albero di natale per considerarlo da ogni punto di vista, sa leggere con attenzione lo scenario per determinare i fattori in gioco, le componenti, ecc. Ha occhi attenti e lingua pronta a riferire ciò che occorre sia di fronte a un problema grande sia davanti a un problema ancora piccolo e inizia già a risolverli con il suo sguardo non aggressivo ma sicuro. Utilizza anche gli occhi degli altri sapendo direzionarli con mappe, illustrazioni, foto “a portata d’occhio”. Cerca, inoltre, i punti di luce di ciascuna difficoltà e sviluppa la consapevolezza dei suoi occhi.

I libri che possono aiutarti è che bene che ti procuri subito per sviluppare uno sguardo risolutore sono:

  1. L’arte di risolvere i propri problemi;
  2. Arte della scena e problem solving;
  3. Pensare come un mago.

Ti è mai capitato di risolvere o quasi un problema già soltanto guardando la situazione oppure riguardandola meglio in un secondo momento? Che esperienze hai da raccontare circa gli sguardi tuoi o degli altri? Scrivi le tue considerazioni nei commenti. Aiutami a migliorare questo articolo. Grazie!

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