Diego Armando Maradona non è morto

Santo Diego
Santo Diego, Napoli, 2019, foto di Nadia Carbone.

Diego Armando Maradona è un mito. E dal momento che i miti a un certo punto scompaiono dove nessuno sa ma non muoiono, neanche Maradona è morto. Come Alessandro Magno, Ulisse, Buddha, Lui è il cuore grande come la città di Napoli anche se Napoli è ancora più grande, mistero di questa città enorme quanto le sue leggende eppure ne contiene tante come San Gennaro, Totò, Pino Daniele, Massimo Troisi e molte altre. Maradona è un dio nel campo, il dio del pallone ⚽. Come lo racconti ai fan di Cristiano Ronaldo o di Messi? Grandi campioni, per carità, ma con l’argentino saliamo nell’olimpo. Per questo sono costretto a scrivere questo mio pezzo oggi alternando l’imperfetto dell’uomo visto in campo e fuori con il tempo presente del mito immortale. Ancora me lo ricordo quando nel 1984 passò dal Barcellona al Napoli, avevo dieci anni e andavo a comprare le pizze “dal napoletano” in paese, l’unico che le sapesse fare all’epoca e che appena il presidente Ferlaino diramò la notizia lui aveva già, accanto agli immancabili corni portafortuna e a detti come “Accà nisciun è fess”, il poster con la maglia azzurra numero dieci entrata nella storia del calcio di tutti i tempi. Il suo trasferimento in Italia fu pagato una cifra spropositata all’epoca: 13 miliardi e mezzo di lire. Prima di lui nessuno era stato acquistato per una cifra maggiore. Prima che arrivasse era già “in odore di santità” e appena è sbarcato a Napoli è diventato uno dei principali pezzi dei presepi di San Giorgio a Cremano. E lui i miracoli li ha fatti con Salvatore Bagni, Ciro Ferrara, Antonio Careca che volavano in campo. Anche nelle giornate un po’ no, bastava la sua presenza.

È capace di far diventare il rettangolo di gioco un tempio. Tra l’altro ai suoi tempi in Italia giocavano altre divinità come Zico, Platini, Van Basten, Gullit e tanti altri. Erano scesi dal cielo assieme al più grande di loro, la cui “mano de Dios” contro l’Inghilterra è un’opera d’arte sublime mentre per i comuni mortali è un fallo che gli inglesi non hanno ancora digerito. Al pallone fa fare quel che dice lui, come dice lui e quando dice lui. Nessuno è capace della sua intima confidenza con la sfera e forse non ne nascerà mai uno che possa eguagliarlo. Può usare qualunque altra parte del corpo, tra l’altro, come nella stagione 1986/1987 quando segnò alla Sampdoria un goal di testa in tuffo, una roba impensabile fino ad allora.

Io e la mia generazione abbiamo avuto un grandissimo dono ad averlo avuto nella nostra infanzia e ad aver guardato per lo meno in televisione le partite in cui giocava. Ancora più fortunati quelli che sono andati allo stadio a vederlo. Maradona è stato capace di farmi talmente innamorare di lui da farmi dimenticare la mia prima squadra del cuore, l’Inter del mio beniamino Spillo Altobelli. Forse l’unico che amo 🧡 quanto lui è il boemo Zdenek Zeman, che però è un’altra cosa. Maradona è un figlio di Napoli, uno scugnizzo anche se è nato nell’altra parte del mondo, sebbene uno dei colori della sua nazionale, in cui ha fatto cose mirabolanti, sia proprio l’azzurro. Ha un amore immenso per Napoli che attira su di lui l’amore di tutto il mondo.

Certo, fuori dal campo di tanto in tanto sono giunte le cronache giudiziarie oltre a quelle della giustizia sportiva. Ma è come per Napoleone: agli altari ha alternato la polvere, la “polverina” come qualche battutista va dicendo in queste ore e prendiamo questa come una battuta bonaria. Come si fa a non volere bene a quest’icona del Novecento, come Che Guevara e Fidel Castro, quel Fidel a cui si affidò per la sua disintossicazione a Cuba. E come per il grande generale francese la terra di Napoli è percossa, attonita, muta.

In tanti però non conoscono certi suoi lati, come quelli che racconta oggi Edoardo Bennato, altro grande napoletano, nel suo profilo Facebook:

Diego ha sempre giocato al calcio per divertirsi. Si considerava fortunato, privilegiato e sempre in debito con tutti, e istintivamente era portato a difendere i più deboli… e con l’istinto ‘animalesco’ riconosceva subito i marpioni, gli approfittatori del baraccone del calcio… tipo Blatter. Si fidava ciecamente e istintivamente di Gianni Minà… Una volta in un ristorante a Roma lo vidi allontanarsi… lo ritrovai nelle cucine che distribuiva biglietti da cinquantamila lire ai cuochi e ai lavapiatti.

Io non dico che amo tutto di lui. Non mi piacquero alcune sue critiche a Zeman che il boemo non si meritava secondo me. Ma gli dei sono così, hanno dei difetti, anche l’allenatore che adoro ne ha quando straparla. Di Maradona un altro grande allenatore, Arrigo Sacchi, disse una volta che non bastava tutto il suo Milan, che pure era una macchina calcistica “da guerra”, a fermarlo. Ora, mi chiedo, perché a uno così si chiede perfetta moralità, comportamenti esemplari fuori dal campo? Maradona ha commesso i suoi peccati, come tanti altri. Un grande come lui è più fragile di tutti gli altri. Nessuno sa che enorme peso ha avuto su di sé e per questo ha tutta la mia vicinanza, la mia solidarietà, il mio affetto.

Io preferisco pensare alla sua gioventù, al San Paolo che da ieri De Magistris ha proposto di intitolargli, alle sue magie, al suo carisma, ai suoi allenamenti con Ottavio Bianchi. Avrei tanto voluto vederlo di persona in quei tempi in cui Troisi e Pino Daniele scrivevano canzoni e facevano film. Quei giorni sono stati l’oro di Napoli, quello che Nino Manfredi in Operazione San Gennaro tenta di sottrarre al santo, che finisce, però, nelle mani del popolo e che quest’ultimo restituisce a San Gennaro pezzo per pezzo. Ed è quello che anche i napoletani più poveri, quelli dei quartieri spagnoli dove vive e opera padre Alex Zanotelli, stanno facendo in queste ore. Danno a Maradona tutto ciò che è di Maradona: l’amore, ‘o cor, le magie con il pallone, i ricordi, l’energia e i tanti trofei vinti🏆. Il 2021 mi dia la possibilità di farmi tornare a San Giorgio a Cremano, a Castel dell’Ovo, a Spaccanapoli, a Capodimonte, a Piazza Plebiscito, ecc.

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