Come ho scoperto e trovato la mia anima

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Che cos’è l’anima? Qual è la sua natura? Quando da bambino andavo al catechismo non riuscivo a capire bene cosa fosse ma ricordo che dovevo stare attento a non dire le bugie, a non pronunciare parolacce e a non guardare i fumetti sporchi dal barbiere se no potevo andare all’inferno, dove la mia anima sarebbe stata trascinata dopo la morte. Inoltre dovevo fare la prima comunione, andare alla messa e smetterla di tirare calci e pugni a quelli che mi facevano arrabbiare. Così la mia anima sarebbe stata beata in Paradiso, a fare non sapevo cosa. L’anima era un qualcosa di invisibile che “stava dentro” al mio corpo di ragazzino discolo dal quale si sarebbe liberata dopo la morte per volare in cielo da Dio, dopo il Giudizio Universale. L’arma morale con la quale mi tenevano dentro questo sistema era l’immagine dell’anima come una sorta di lenzuolo bianco, candido, che non andava macchiato. E se accadeva andava lavato con la confessione e la penitenza. Dio era una sorta di lavandaio addetto al bucato. E se ne combinavo qualcuna, tipo sollevare le gonnelle di qualche ragazzina, subito dopo la coscienza mi dava tremendi morsi. Io diventavo un bambino cattivo e prendevo i colpi dalle ciabatte o dalla scopa in mano a mia madre che si arrabbiava. C’è stato un tempo nel quale l’anima era questo, doveva stare in ordine come i centrini e i soprammobili dentro casa. Se no guai!

La Scuola di Atene di Raffaello Sanzio.

Poi tra medie e liceo più o meno per tutti arriva la Scuola di Atene, l’affresco di Raffaello nei Palazzi Apostolici del Vaticano, con la famosa diatriba fra Platone, a sinistra, che punta il dito verso l’alto e Aristotele con il braccio sospeso a mezz’aria. Il primo indica l’Iperuranio, la zona al di là del cielo dove risiedono le idee che l’anima umana contempla prima di cadere nella prigione del corpo. Il secondo invece si riferisce alla natura immanente dell’anima: corpo e anima non sono più separati, sono un tutt’uno. Devo dire che a me stava più simpatico il discepolo di Platone, Aristotele, perché finalmente non dovevo fare sforzi assurdi per immaginare quella roba sottile e invisibile che doveva essere l’anima e non dovevo penare per capire dove diavolo se n’andava una volta morti. Confesso che la seconda idea era per me molto più comoda. Anche perché non c’era più bisogno della lavanderia. Bastava una doccia. Concetto, questo, che mi avvicinava a Giovanni Battista e agli emerobattisti: i praticanti del bagno rituale quotidiano. E questo non piaceva e credo che continui a non piacere alla Chiesa Cattolica perché in questo secondo caso è piuttosto estromessa, avendo puntato le sue carte sul neoplatonismo. Ancora oggi nel rosario si aggiunge questa preghiera: «Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia».

All’Università, poi, che ho frequentato a Roma l’anima è diventata quella da invocarsi nella giaculatoria «L’anima de li mortacci tua», così tanto ricorrente nei film di Monnezza e Bombolo, che è stata di recente sdoganata dall’orazione funebre di Walter Veltroni in onore di Gigi Proietti, anche se il termine “anima” non è stato esplicitamente pronunciato dall’oratore. E quell’anima sulla bocca del popolino ancora oggi è monumentale come il Cimitero del Verano, nei cui pressi vivevo e studiavo, e come er Colosseo, er Cupolone, ‘a Scala Santa. Lo capisci, lo senti, persino tra gli immigrati più recenti mentre scendono a Metro Anagnina per prendere l’autobus che l’anima deve essere qualcosa di grande, specie tra gli africani che si portano dietro tutto il rispetto delle loro culture per le varie anime che secondo loro ogni essere vivente possiede. Una concezione questa definita come animismo e già bollata dal cattolicesimo come eresia panteistica. Te la ricordi la statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori?

Chissà dove si trova ora l’anima di questo filosofo che fu arso vivo a Campo de’ Fiori. Forse nel Tevere dove furono cosparse le sue ceneri. O chissà dove, visto che l’acqua del fiume scorre sempre e non è mai la stessa. E chissà dove si trova anche l’anima di mio fratello che a venti anni, nel 1997, stava dando l’anima nel suo primo lavoro da pizzaiolo e poi ha dovuto volgerla al cielo. Mia madre l’ha cercata per diciassette anni quell’anima e forse l’ha raggiunta sei anni fa, nel 2014, quando anche lei ha terminato la sua vita terrena. In tutti quegli anni ha pregato con tutte le sue forze, ha implorato i sacerdoti di spiegarle le realtà ultraterrene per bene e mi ha rivolto mille domande sull’anima. Per rispondere ad esse ho iniziato a dirle ciò che secondo me l’anima non era. E cioè che non è il lenzuolo dell’infanzia. E nemmeno la prigioniera del corpo. E nemmanco una sorta di fantasma che vaga qua e là, come si racconta in storie popolari.

Cosa resta dell’anima se non è niente di tutto questo? Alla fine cos’è? A mia madre non sono riuscito a raccontarle più di tanto, perché non ho fatto in tempo. Ma ho continuato e continuo ancora le mie ricerche che mi hanno portato verso due autori. Il primo di essi è Igor Sibaldi che un paio di anni fa circa mi ha illuminato quando in un suo video gli ho sentito dire: «Non è l’anima che è contenuta nel corpo ma è il corpo che è contenuto nell’anima». A dire il vero qualche sospetto mi era venuto quando con l’approfondirsi degli studi di filosofia e spiritualità mi accorgevo che spazio e tempo sono dei costrutti umani, delle categorie con cui organizzare la realtà, delle illusioni. Ma con questo scrittore ho potuto fare una rivoluzione copernicana delle mie credenze iniziali. E tale rivoluzione ora diventa completa, matura con ciò che via via sto apprendendo da Deepak Chopra, autore e coach indiano-americano. Lui parla dell’anima come la parte della coscienza al di là del corpo e della mente, che appartiene al dominio non-locale: il vasto e infinito oceano di possibilità, l’essenza di tutto ciò che esiste nel mondo fisico.

“L’anima è l’entità che osserva nell’atto dell’osservazione.”

— Deepak Chopra

Ogni volta che osserviamo qualcosa ci sono tre componenti che entrano in gioco:

  1. l’oggetto fisico della nostra osservazione;
  2. il processo mentale;
  3. l’entità che compie il gesto di osservare, che è l’anima.

Provare l’esistenza dell’anima è facilissimo: ora che stai leggendo questo articolo chi sta leggendo davvero? Il tuo cervello 🧠 forse? No. Quello si occupa solo di reazioni elettro-chimiche. La tua mente? Quella vaga tra mille pensieri. Chi è presente davvero in ogni istante, anzi fuori dal tempo, da sempre e per sempre è la tua anima, il testimone silenzioso della tua vita come anche della vita di tutti gli esseri in ogni tempo e luogo. Anche se a livello concettuale possiamo distinguere tra Atman (il proprio sé, l’anima individuale) e Brahman (il sé universale, l’anima illimitata) in realtà esiste una sola Anima. Essa è la Matrix, la matrice spirituale da cui tutto si manifesta. Possiamo pensarla come il software del computer, del tablet o dello smartphone da cui stai leggendo questo articolo. È l’informazione a cui si attinge per eseguire i programmi. Per questo a volte abbiamo l’impressione di far parte di una grande simulazione, una sorta di videogioco. E in un certo senso è un po’ così. Comunque dobbiamo operare per la nostra liberazione attraverso il moksha, la liberazione al di là del piacere e del dolore.

Alla fine Platone e Aristotele, in qualche modo, discutono ancora in Vaticano 😜 E tu, cos’è l’anima secondo te? Scrivi la prima risposta che ti viene, senza pensarci, nei commenti. Grazie!

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