Il legno e l’oceano

Photo by Emiliano Arano on Pexels.com

L’oceano non l’ho mai visto. In 46 anni di vita mai sono riuscito ad andare in qualche posto per guardarlo anche se lo spero ancora. Non ho parole per definirlo. Non ne so nulla. Non posso parlarne e la cosa mi duole. Per me è una grave limitazione alla mia libertà. Mi piacerebbe essere a Malibù a fotografarlo e raccontarlo in questo momento.

Potrei immaginarlo e per la verità qualche volta mi vedo con gli occhi della mente sulle spiagge della California. E ancor prima immagino di guardare dagli oblò dell’aereo l’immensità che deve essere l’oceano. Mi ricordo qualcosa di simile solo quella volta, l’unica, che lasciai il suolo italiano per andare in Algeria. Il Mediterraneo era una grande carta crespa azzurrina, a volte argentata, a tratti luminosissima. Ma perché oggi ne parlo?

Sarà che ho deciso di lasciarmi ispirare un articolo su qualcosa che non conosco a partire dalla prima foto suggerita da Pexels, lo stock di foto gratuite per WordPress, la piattaforma dove è ospitato il mio blog. Ma come fai a parlarne se l’argomento ti è del tutto ignoto? Proprio di questo voglio scrivere: di ciò che non so. Dove sta scritto che i post debbano sempre dire tutto e il contrario di tutto, dare una miriade di informazioni, ecc. E se invece per una volta si ammettesse la propria ignoranza, la propria insipienza? Ed è ben strano che io non conosca l’oceano visto che amo la profondità. Dell’oceano ho potuto avere qualche sapore letterario con Moby Dick o Ventimila leghe sotto i mari o con L’isola del tesoro. Tre romanzi in cui accadono avventure, scoperte, tragedie tra i flutti e le tempeste. È stato bello essere a bordo della Pequod, nel Nautilus e sull’Hispaniola. Queste tre diverse imbarcazioni costituiscono il mio curriculum da marinaio-lettore. Mi sono guadagnato il mio congedo, penso. Vorrei scendere a terra e più prosaicamente passeggiare sull’arena di Malibù con qualche bella californiana.

E allora non so quanto è grande l’oceano, che effetto fa averlo davanti agli occhi, che sensazioni dà, che pensieri ti fa fare. Perché sia chiaro, io non voglio attraversarlo in barca a vela come alcuni fanno. No, io voglio guardarlo da Santa Monica o da Manhattan Beach che, strano a dirsi, non si trova a New York ma a Los Angeles. Ecco l’ho nominata questa città che è sempre, ogni giorno, nelle mie fantasie più accese, più vive, più belle. Potrei scriverci intere saghe su senza esserci stato, parlando di tutto ciò che non conosco delle sue innumerevoli e grandi magie. Perché ciò che mi porta a pensare alla città degli angeli sono gli Studios, le produzioni hollywoodiane, le star del cinema.

Photo by Paul Deetman on Pexels.com

Chissà come si vede l’oceano dalla Hollywood Sign, la famosa scritta su Mount Lee nel Griffith Park. Tra l’altro ho appena scoperto che c’è un sito web dedicato ad essa. E ci sono persino delle webcam. Una sezione è anche dedicata alla Walk of Fame. Ma non ci dovevi parlare di quello che non sai dell’oceano, ammesso che se ne possa parlare? L’oceano di cui parlo io è quello dei desideri più profondi, questo dovrebbe esser chiaro ormai. Etimologicamente è ciò che contiene le acque che piovono. Ora, la fantasia è un posto dove ci piove dentro diceva Italo Calvino. E allora il mio oceano sono i boulevard, i teatri di posa, le ville, il Dolby Theatre e gli oscar. E nonostante gli scandali, il divismo esasperato, varie crisi stiamo parlando della mecca del cinema, dove tutto succede, anche se grandi registi come Orson Welles hanno avuto rapporti burrascosi con essa e altri ne siano critici ed estranei come Woody Allen, anche se vanta natali americani.

Il toponimo Hollywood pare sia nato da un cinese che stava trasportando del legno: “I holly-wood”, intendendo “I’m hauling wood”, come riferisce la voce Hollywood su Wikipedia. Quella città è una barca di legno con le vele di piume d’angelo: sa volare all’occorrenza. Ne sarò mai degno? Come ci si arriva? Forse anche io come il cinese devo trasportarci del legno? Il legno nella filosofia cinese rappresenta la primavera, la nuova vita, la generosità. In una parola il legno è la giovinezza non anagrafica, quella flessibilità che anzi s’impara con l’età e con l’esperienza. «Ritardanza buona speranza» diceva mia madre quando qualche volta un mio desiderio tardava a realizzarsi. Vuol dire che ciò che è in ritardo rispetto alle aspettative ha buona possibilità di arrivare, di realizzarsi. Tutto quel che devo fare è “diventare legno”.

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