Auguri Speciali Oritani #4 di 10: Gino Capone

Quando pensi ad Oria, ai suoi tesori fra Brindisi e Taranto, dove si trova incastonata, e guardi la sua mappa inizi a fare dei giri, un po’ a spirale, in una sorta di labirinto. È come se i Cretesi, che secondo la tradizione la fondarono, si siano avvalsi di Dedalo, mitico architetto di Creta, per progettarne il tracciato. Questa caratteristica la ritrovi ancora oggi nella miriade di sfaccettature che ha e che credi di poter abbracciare con un rapido sguardo. Invece hai bisogno di un’occhiata successiva e poi di un’altra ancora. Capita, allora, che non basta una vita per guardarlo questo luogo: ogni giorno scopri cose e personaggi nuovi che ti sorprendono sempre. Nella mia lista di dieci oritani ai quali sto dedicando i miei speciali auguri per il 2021, a proposito dei quali ho già scritto di Antonio Corrado, Enza Pinto, Raffaele Trinchera, confesso che non volevo parlare di Gino Capone. Sapevo che sarebbe stata impresa ardua per me, titanica, gigantesca. Con lui la tentazione è fortissima di soffermarmi sui tanti aspetti legati sia alla sua carriera di sceneggiatore e uomo di spettacolo, sia di generoso operatore culturale per una città come Oria con la quale ha conservato un rapporto viscerale e nella quale torna spesso nonostante viva a Roma dal Settembre del 1965.

Da dove comincio? Forse la cosa migliore è farlo dall’inizio, come conviene fare sempre, o quasi. Tale incipit mi vede ragazzino frequentare le scuole elementari Camillo Monaco agli inizi degli anni ’80. È il periodo per me, nonostante fossi ancora bambino, in cui mi appariva sempre più chiaro che avrei voluto dedicarmi al teatro, al cinema, alla televisione facendo l’attore. In paese non c’era persona che non conoscesse Gino Capone e che non mi parlasse di lui. Personalmente l’ho conosciuto solo diversi anni dopo, grazie a mio padre. Guardavo a lui per ispirarmi, un’importante figura a volte legata agli eventi in paese, altre nel nome citato nei titoli di testa e di coda delle Commedie all’italiana che sceneggiava, il genere a cui si è dedicato per anni. Questo dopo aver messo in piedi la sua Carlo Goldoni, la prima compagnia teatrale oritana mista, cioè ragazzi e ragazze che recitavano insieme: Sergio Durante (suo amico di sempre), Anna Russo, consorte del prof. Francesco Fistetti, Ennio Suma, Pompea Calò, cognata di Sergio Ardito, e altri. Una scelta trasgressiva per i costumi dell’epoca. L’altra svolta fu il repertorio. Via i drammi sacri, o la rituale Passione, e giù con un teatro contemporaneo: commedie dei De Filippo, qualcuna sua e di tanto in tanto anche un assaggio di Shakespeare. Questo avveniva nei primi anni ’60, stesso periodo in cui vide la luce la Giostra Medievale in Oria Fumosa, una rievocazione storica, che Capone propose alla Pro Loco su consiglio del padre, socio dell’ Associazione e del vice presidente, dottor D’Addario. Era il 1965 e due anni dopo divenne Corteo Storico di Federico II e Torneo dei Rioni. Una vicenda complessa, che si è posta tra i principali eventi della Puglia e del meridione d’Italia. Meriterebbe di essere narrata a parte. Qui mi limito a raccontarne le origini. Tutto avviene quando Gino, sempre impegnato con la sua compagnia teatrale, decide di coinvolgere maggiormente la popolazione andando oltre il teatro con qualcosa da mettere in scena nella centralissima Piazza Manfredi. La scelta cade su una commedia letta su Sipario, che si presta perfettamente: Natale in Piazza, un capolavoro di Henri Ghéon. La trama è questa: una famiglia di zingari, un po’ mariuoli e un po’ artisti di strada, bivaccano sulla piazzetta di un paese. È la vigilia di Natale e non hanno voglia di recitare ma gli abitanti li costringono. E così gli attori si truccano a vista, trasformano in costume gli abiti che indossano e improvvisano il racconto della natività, in parte recitando a soggetto, in parte narrando e in parte cantando nenie gitane.

Un teatro dentro il teatro, ma un teatro vivo che non aspetta il pubblico, ma va dove sta il pubblico. Il progetto è temerario e Gino chiede l’aiuto del dottore D’Addario. A D’Addario l’idea di portare il teatro in piazza gli piace ma propone a Gino di metter in scena qualcosa più legata al territorio e gli passa i versi del professore Emanuele Mazza ispirati ad una versione della leggenda di Oria Fumosa meno nota. C’è sempre una madre, che piange la figlia morta a causa del Castello, e lo maledice condannandolo a fumare… “come fuma e piange di dolore questo mio cuore”, ma la figlia morta non è una neonata, come nella leggenda più accreditata, ma una certa Bianca Guiscardi, una ragazza che si lancia da una torre del castello (per questo poi detta “del balzo”) pur di non sottostare all’iniqua legge dello jus primae noctis imposto dal signorotto di turno. Capone legge la poesia, poi ricorda il Palio della Mezzaluna, una rievocazione storica che aveva visto da ragazzo a Massafra, dove si svolge sin dagli anni ’50, fonde in qualche modo le due idee e scrive il copione della Giostra incentrando la rievocazione storica sulla figura di un eroe locale: Tommaso D’Oria.

E qui, per non perdermi, devo utilizzare il filo di Arianna come Teseo e uscire dal labirinto quanto prima, anche perché mi pare di sentire la voce “paterna” dello stesso Capone che, a volte , mi consiglia di essere più sintetico. Nel frattempo, Gino, giunto a Roma cerca di inserirsi nel mondo dello spettacolo romano e intanto si alimenta scrivendo alcuni fumetti di Diabolik, che gli valsero l’incarico di scrivere il suo primo film, imperniato appunto su un personaggio alla Diabolik: Fenomenal. E questo grazie all’incontro con un produttore, conosciuto in uno dei primi cabaret romani dove va in scena Happening, uno spettacolo scritto da Gino e dove, contestualmente al workshop in cui è stato concepito, si esibiscono attori come Ugo Tognazzi e Thomas Milian. Nel ’69, su richiesta personale del Presidente della Pro Loco di allora, Donato Palazzo, torna periodicamente a Oria per riprendere in mano le sorti del Torneo. Ne riformula la struttura e con la sua direzione artistica arriva la suggestiva cerimonia della presentazione del Palio in piazza, i costumi confezionati da alte sartorie del cinema, le scenografie rionali lungo il percorso, le coreografie in campo e la spettacolare partecipazione dei cavalieri romani, stuntman affermati del cinema. Contemporaneamente, continua scrivere per il cinema e, anno dopo anno, arrivarono le commedie all’italiana, i film polizieschi e i lavori via via più impegnati : la serie televisiva con Michele Placido, SCOOP, e film come La Sposa Americana, tratto dal romanzo di Mario Soldati e interpretato dalla Sandrelli e da Harvey Keitel, La Monaca di Monza, che vede il debutto come protagonista di Alessandro Gassman e Mamma Ebe, per la regia di Carlo Lizzani con cui realizza la docu-fiction Viaggio intorno a Federico II. 

Nell’occasione, conosce padre Angelo Arpa, un gesuita che aveva difeso la spiritualità de La Dolce Vita di Fellini dagli strali censori e inquisitori del Vaticano. Arpa fraternizza con Capone e lo coinvolge in un suo progetto culturale, ambiziosissimo: Europa e Comunità Mondiale. Un progetto che prevedeva il racconto televisivo dei personaggi storici che avevano fatto l’Europa unendola culturalmente prima ancora che fosse unita politicamente, anche se i costi elevati dell’operazione non ne consentirono la realizzazione. Negli anni più recenti, mentre tiene corsi di sceneggiatura a Roma e a Napoli, scrive tutti i film in cui Jerry Calà è regista, ma anche due film per la tv patrocinati dal Ministero Della Salute: Il Cielo può attendere, sulla donazione degli organi, e I Giorni Perduti sulla prevenzione dell’alcolismo. Attualmente , dopo aver pubblicato a puntate su La Gazzetta del Mezzogiorno delle Instant Story, una trilogia di racconti, tipici della sua scrittura visionaria e ironica in cui è maestro, ha realizzato per la casa editrice Gribaudo (associata Feltrinelli) il volume Ti racconto i Campioni del Milan traducendo in racconti per i ragazzi i ricordi di Demetrio Albertini, celebre centrocampista rossonero, nonché marito della figlia Uriana. Inoltre sta ultimando la stesura del suo primo romanzo e in mezzo a tutto ciò leggiamo i suoi ricordi su quel Domenico D’Addario citato prima. Una persona di grande valore, scomparso di recente ma che a Oria tutti ricordano con affetto. A lui, oltre alla fondazione della Pro Loco, si devono lo zoo di San Cosimo alla Macchia e il macello comunale. Quando ho chiesto a Gino di citarmi un personaggio determinante per la crescita culturale e turistica di Oria mi ha fatto subito questo nome al quale anche io sono legato per il grande aiuto che mi ha dato nel mettersi a disposizione per il racconto de Il Leone di San Cosimo nel quale il nostro dottore, che è stato anche Presidente nazionale dei veterinari, svolge un importante ruolo. Anche per questo mi associo all’idea lanciata da Gino Capone di realizzare un D-Day, un giorno in cui celebrare con varie iniziative la figura di Domenico D’Addario, magari per l’estate 2021, Covid permettendo.

Sul luogo di Oria cui Gino si sente particolarmente legato, oltre al vecchio campo del Torneo, ora Palazzo di Città, mi ha citato quel campetto di pallacanestro che sorgeva ai piedi del castello, dove ha giocato da ragazzo e che anche mia madre ha frequentato quando andava alle scuole “dell’avviamento” a San Benedetto sul finire degli anni ’50. Ora è in mano a privati, che lo usano come orto. Il Comune farebbe bene ad espropriarlo e a riqualificarlo come location di importanti e suggestivi eventi estivi. Resta la domanda sul dialetto e qui Gino n’è ha tirato fuori alcuni davvero divertenti: «A strittu paratizzu» ma anche «Quannu atru no’ tieni cu mmammata ti cuerchi» come a dire quando sei con le spalle al muro, in un cul-de-sac (vicolo cieco); oppure «A cci sì nanni?», “a chi appartieni?”,  usato dagli anziani di una volta per identificare un estraneo.

Forse nel mio volo, se non è stato pindarico, sono rimasto con le ali integre pronto ad occuparmi del prossimo personaggio. Tu chi vuoi che sia? E Perché? Scrivilo nei commenti, grazie!

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