Auguri Speciali Oritani #3 di 10: Raffaele Trinchera

Raffaele Trinchera. Foto di Renato Spina.

Chi volge lo sguardo ad Oria da sud o da nord, ne nota il profilo che si distende su diversi monti, da Sant’Anna, o ancor prima, fino alla torre dell’acquedotto. Oggi quella linea che disegna le torri del castello, il vescovado, la cattedrale e altri edifici la chiamiamo skyline ed è il panorama urbano al confine con il cielo, una linea appunto, che con i suoi ghirigori si fa racconto, si fa poesia per la sua essenzialità. E quest’ultima richiede un aedo. Pino Malva se ne inventa uno nella sua elegia per una città dal titolo I fantasmi di Oria. Lo chiama Tivas, su suggerimento di Giuseppe D’Amico, e gli mette in bocca un breve monologo sull’assedio degli Jonici. La sua è la necessità che certi miti e certe storie siano cantate, raccontate, proclamate, dette. Non è un caso che sempre D’Amico, allora, abbia affidato i versi di un suo componimento su Oria Fumosa, la leggenda più celebre della cittadina, al personaggio che ho incluso tra i dieci 🔟 che ho scelto per narrare 10 porte di questo paese dell’Alto Salento in cui consumo le suole delle mie scarpe sin da bambino. Sto parlando di Raffaele Trinchera, classe 1963, artista per vocazione.

Ho deciso di fare un augurio speciale anche a lui, dopo quelli ad Antonio Corrado e ad Enza Pinto, per l’affetto che nutro nei suoi confronti. Mi accomuna a lui la scelta di fare arte di strada. In passato ho fatto anche io l’artista di strada per un breve periodo e ora la calco di nuovo per il Teatro d’Asporto. Ma la storia di Raffaele da questo punto di vista è ben più ampia della mia e merita di essere accennata perché esemplare. Da studente molto promettente e brillante inizia una buona attività di venditore, grazie anche alla sua proverbiale dialettica. Tuttavia viene convinto a intraprendere una carriera militare nella Guardia di Finanza che gli avrebbe consentito una “sicurezza” a vita. A lui però ciò sta proprio stretto, gli provoca sofferenza anche perché era rimasto folgorato dalla cultura degli Hippy. E sogna di girare il mondo. Così un giorno trova il coraggio di dimettersi. Anche se il suo incontro con la libertà è rimandato perché dal 1992 al 2001 lavora in una fabbrica, all’Enichem a Brindisi. Nel 2001 finalmente riesce ad abbracciare la sua “follia” e si dà completamente all’arte di strada. Non può andare in giro come avrebbe voluto, per importanti motivi di salute, ma erige Ostuni come sua città d’elezione: vi si reca spesso, per anni, attraendo turisti di varie provenienze e mettendo a loro disposizione il suo repertorio. Per tanti compaesani è una pazzia. Per lui, che è quel che qui conta, è il modo di coronare il suo sogno anarchico.

Dà sfogo al suo talento e alla sua creatività suonando il flauto dolce, presentando i suoi racconti e declamando poesie. Tra le storie che racconta notevole la saga di Tata Larienzu: un contadino semplice ed umorista, dai lati comici e con venature di satira di costume. Un percorso, questo, che la pandemia rischiava di interrompere. Allora Raffaele trova il modo di darvi continuità attraverso Facebook, dove presenta le sue dirette e vari frutti della sua creatività. Sta ora vivendo una delle sue tante vite. Un po’ come un gatto che a tratti sembra sornione e poi all’improvviso fa i suoi balzi. Nel frattempo sta progettando ciò che di meglio potrà offrire ai visitatori e ai turisti di Oria appena questi torneranno e il mio augurio per lui per il 2021 è che con i suoi Racconti Spritz e i suoi Racconti Romantici possa dare a noi suoi concittadini e ai forestieri ampi assaggi della sua capacità di mescolare arte ed indipendenza, una lezione quest’ultima per me e per tanti che gli riconosco.

Il luogo che lui trova più ispirante, per passare alle tre domande che sto rivolgendo ad ognuno, è il Parco di Montalbano:

Un settecentesco parco esotico, ora di proprietà comunale, situato a ridosso della cortina orientale del castello. Organizzato su un terreno a gradoni, è sistemato in parte come giardino all’italiana ed in parte all’inglese.

Cito dalla Guida Turistica di Visitoria.

La persona che gli sta più a cuore, per quanto riguarda la seconda domanda, è il prof. Cosimo Moretto, già docente di lettere, molto più di un insegnante di scuola per lui e che è stato anche sindaco per due volte a distanza di oltre vent’anni l’una dall’altra.

Da ragazzino Raffaele andava a raccogliere le lumache come a tanti di noi capita ancora oggi. Spesso ne trovava due attaccate, in fase di accoppiamento. E sentiva che venivano apostrofate come “lu paricchiu” (la coppia) che è il termine dialettale che lui propone a riguardo dell’ultima risorsa che sto chiedendo ad ogni destinatario dei miei messaggi per il 2021. In Salento Paricchiu è la coppia di buoi che in questo caso per estensione viene usata per quelle lumache per le quali Raffaele nutriva compassione visto che dal momento di piacere in cui venivano colte sarebbero finite da lì a poco in padella.

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