Ogni filosofo è attore e viceversa

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«Ma tu che vuo’ fa’, l’attore o er filosofo? Te devi decide Peppino mio perché da mo’ che nun sei più un pischello!».

Mi chiamo Giuseppe, ho 46 lune, e in effetti non mi sono mai deciso tra queste due figure, fra le quali oscilla tutta la mia esistenza. Spesso mi sono sembrati due poli opposti e inconciliabili. Il senso comune, tra l’altro, non vede di buon occhio un attore che fa er filosofo e un filosofo che prova a fa’ l’attore. L’uno scoccia. L’artro nun è bono! Ma le cose stanno davvero così? Io rischiavo di impazzirci dietro a sta’ storia, stavo a diventare schizofrenico, peggio di Dr. Jekyll e Mr. Hyde! Pensavo di perdermi a un certo punto e di non ritrovarmi mai più. E di andare così dritto dritto nell’inferno per me: l’anonimato, quel luogo dove le nebbie prevalgono, dove non si sa più chi sei, cosa fai, da dove vieni. Ecco, rispunta il filosofo… È più forte di me!

Poi ieri sera, Vigilia dell’Epifania 2020, la Teofania, una delle più belle rivelazioni nella mia vita, una vera e propria illuminazione che ha scatenato una ridda di pensieri, una danza furiosa ma bella in cui la mia anima si è gettata come presa dal furore Dionisiaco. Perché ho scoperto che in realtà posso, devo fa’ tutti e due sti mestieri, insieme! E ho capito molte, molte cose a grande vantaggio di artisti, teatranti, filosofi, scrittori, lettori, poeti e spettatori. Ma annamo pe’ gradi! Cominciamo da questa citazione:

“Forse ogni filosofo alberga in sé un attore che recita la propria parte senza che il primo vi possa intervenire; forse ogni filosofia, ogni dottrina contiene un canovaccio di commedia che non si sa bene dove cominci e finisca”.

— Italo Calvino

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È ciò che Italo Calvino scrive a proposito di Giammaria Ortes in Perché leggere i classici. Ogni filosofo è dunque attore. Ogni discorso umano è finzione perché nessuno può decidere se è sostenuto dalla verità o meno. Ortes ammira Galileo che mette al centro del suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo un personaggio come Salviati che dichiara di recitare la parte del copernicano. Uno stratagemma, si badi, non solo dettato dall’esigenza di evitare la Santa Inquisizione, ma figlio di un tempo che è teatrale per eccellenza. La dissezione dei cadaveri non a caso avveniva, per esempio, nei Teatri Anatomici. E che cos’è l’Anatomia se non una pratica intimamente teatrale? E tutta la ritualità fra cinquecento e seicento con candele e persino con l’esecuzione di musiche dal vivo durante l’apertura e lo studio interno dei cadaveri rafforza questo rapporto.

Quando Shakespeare scrive che tutto il mondo è palcoscenico aveva ben presente questo genere di rappresentazioni in cui gli organi, i muscoli, i nervi, le ossa, le budella diventano drammaturgia, racconto, canovaccio. Lo scienziato e i suoi accoliti sono la compagnia teatrale che tiene lo spettacolo. Nel caso di Galileo, il suo trattato stesso, il Sidereus Nuncius, è un annuncio al mondo 🌏, è un atto teatrale per antonomasia e porta in sé il legame con la letteratura biblica di profeti, annunciatori e arriva persino a Nazareth dove Maria riceve la notizia del suo concepimento dall’arcangelo Gabriele. Tra il padre della scienza, insomma, e i guitti de La Smorfia la distanza si fa molto breve. E qui ritorna il maggior drammaturgo inglese già citato prima quando mette in bocca a Mercuzio, in Romeo e Giulietta, una battuta che è un’intera enciclopedia:

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle.

L’atlante astronomico diventa allora la scena sulla quale si dipanano le azioni dei personaggi, che le animano, a partire dai dottori della Commedia dell’Arte le cui concioni possono essere benissimo chiuse così come faceva Ortes con i suoi scritti: «Chi mi sa dir s’io fingo?». Anche Alessandro Manzoni era ben consapevole del Gran Teatro del Mondo, per questo passa la patata bollente ai posteri, a cui spetta “l’ardua sentenza”. Sa benissimo, quella vecchia volpe 🦊, che né l’autore né il lettore può distinguere tra realtà e fantasia e allora prende tempo fino ad arrivare ai discendenti. Questi, poi, per quanti studi storici e filologici possano fare restano sempre nell’alveo dell’incertezza, in cui Pirandello sguazzava, relativa al linguaggio, dei suoi inganni su cui Umberto Eco fa reggere il delicato equilibrio de Il nome della rosa, per il tempo che occorre. L’incendio della biblioteca altri non è se non il falò della verità, l’atto secondo delle fiamme che avvolsero la più grande biblioteca del mondo antico e forse del mondo, quella di Alessandria d’Egitto.

La verità stessa è fiamma viva, cangiante, che brucia, si consuma e anche su questo il nostro bardo va chiamato in causa quando fa dire a Macbeth:

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Spegniti, spegniti corta candela! La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena e del quale poi non si ode più nulla”.

La vita è mistero indicibile per definizione. Noi da attori-filosofi e da filosofi-attori diciamo qualcosa ma già quel dire è perdere, è già riduzione, convenzione finché si vuole ma che diventa oblio, che torna al paese di provenienza. Il “detto” diventa quindi la traccia cadaverica del discorso. Per questo il teatro diventa possibile come Phoné, come regno di ciò che è detto, che non si dice, di Carmelo Bene. Siamo di fronte non a musica che viene eseguita seguendo uno spartito ma musicalità prima dell’epos di Euripide e Socrate. Torniamo così al bambino 🧒 ancora libero dall’ “Io”. Un dire che si fa depensamento, che è una forma di meditazione, quindi di ricongiungimento, di riconnessione al mistero, anzi di scoperta in fin dei conti, se mai ci si stacca da esso. È la negazione del Male e l’affermazione del Bene. Il depensamento è la cretineria ignorante di Giuseppe da Copertino. Quando crediamo di dire in realtà siamo detti. Il soggetto non è mai attivo ma passivo.

E c’è di più. Siamo oltre la distinzione tra soggetto e oggetto. “Il poeta” scrive Carmelo (in Sono apparso alla madonna) ma vale anche per il filosofo, “è necessariamente attore, come Jekyll è Hyde (il suo nascondersi) e non uno dei due un travestimento dell’altro a turno. Chi sulla scena non è poeta non è attore“.

Mi dispiace per i filosofi che vogliono cogliere il vero con la ragione. Qui abbiamo superato la mediazione. Siamo nell’immediatezza dell’attore-improvvisatore e del filosofo-attore. Siamo a Immanuel Kant non già che passeggia sempre alla stessa ora del giorno ma che è passeggiato a quell’ora e come tale è, volente o nolente, sulla scena del mondo come lo erano i peripatetici e come lo è il mio amico Francesco Fistetti nelle sue passeggiate domenicali per il paese di Oria. Il piede ha leali di Mercurio, è annuncio di per sé, è racconto, è scena, è “detto non-detto”.

Chi mi sa dir s’io fingo? Il mio discorso è realtà o finzione? Ti va di dirmelo nei commenti? Grazie!

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