Informazioni su Giuseppe Vitale

Attore & Formatore. Un uomo innamorato delle storie da vivere sulla scena e fuori, da raccontare, dalle quali lasciarsi sempre incantare. Nato nel 1974 è un blogger convinto sempre alla ricerca di contenuti da pensare, da masticare e da condividere.

L’alleanza, l’arcobaleno e l’invisibile

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Oggi, domenica 21 febbraio 2021, la prima lettura della liturgia cattolica propone l’alleanza tra Dio e ogni essere vivente e l’arco tra le nubi, l’arcobaleno 🌈 come suggello di questo patto. Perché Dio parla di alleanza? Che cosa vuol dire? Di solito si usa questo termine per accordi fra nazioni belligeranti oppure in politica per stare a significare una qualche forma di cooperazione in vista di un obiettivo comune. Io sono andato a guardarne l’etimo e mi sono accorto che alleanza vuol dire unione. È di questo che si parla nella Bibbia oggi: Dio dichiara la sua unione con ogni essere vivente. Dio è unito a tutto e a tutti. Dio è l’universo. In questo senso possiamo affermare che Tutto è Uno. La parola universo vuol dire, infatti, che tutto converge. Siamo quindi tutti quanti uniti in Dio. E in questo senso le acque del diluvio, ben lungi dall’idea di punire chicchessia, sono in realtà la straordinaria abbondanza che dal cielo si riversa sulla terra lavando e nutrendo quest’ultima. Le acque che si uniscono alla terra, sono la manifestazione di Dio, l’epifania per eccellenza. Il nostro mondo è un globo terracqueo, c’è sia la terra sia il pelago, Pluto e Talassa.

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I migliori artisti seguono i consigli di Austin Kleon

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Gli artisti migliori seguono i consigli di Austin Kleon, artista anche lui ed autore di vere e proprie mine che in poco tempo tirano fuori l’oro da qualsiasi miniera, persino quella abbandonata. In questo breve articolo ti indicherà il meglio del meglio delle sue indicazioni, visto che lo seguo da anni e le metto in pratica in molte situazioni. Adoperandole anche tu in breve tempo potrai essere un cercatore che sa dove andare a trovare l’oro. Perché tu vuoi essere un artista, un autore, un creatore di contenuti spontaneo, prolifico e costante, vero? Seguimi e saprai come fare.

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L’artista, il bambino e la sua sua via

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C’è chi ogni mattina porta fuori il cane a pisciare. Io, invece, porto fuori il mio bimbo, anche se non ho figli e né mi occupo di nessun pargolo. Questo frugoletto di cui parlo sono io stesso. All’alba di ogni santo giorno metto il naso fuori per salutare il sole che nasce: un rituale del mio artista-bambino interiore. Ne ho già parlato in un articolo in cui ci dialogo proprio con questa figura che ho risvegliato dentro di me e che ormai mi fa compagnia sempre. Qui voglio rivelare una delle principali fonti di quest’idea che, tra l’altro, avevo già esplorato in un racconto teatrale nel quale parlo della mia infanzia: Il Leone di San Cosimo. Ebbene, quando mi sono deciso a leggere La via dell’artista di Julia Cameron ho benedetto il cielo perché mi sono incamminato meglio verso il meraviglioso fanciullo che alberga in ciascuno di noi, indipendentemente se poi si sceglie di fare gli artisti oppure no. Comunque noi tutti, senza eccezioni, nasciamo con grande creatività, con giocosità, con talenti incredibili. Poi succede qualcosa che manda in malora ogni cosa o quasi. Di questo mi ero già accorto quando più di dieci anni fa iniziavo la mia esplorazione nel mondo dell’improvvisazione teatrale. Con il libro di cui ora parlo qui l’incontro con esso, il suo recupero, la sua valorizzazione sta diventando ogni giorno più bella, importante e significativa. Esso si configura come un vero e proprio corso di dodici settimane che ti consiglio proprio di intraprendere, qualsiasi sia la tua professione. Io ci ho impiegato anche più del tempo indicato perché ho succhiato il midollo di ogni pagina, ho svolto con cura ogni esercizio, ho approfondito ogni aspetto possibile.

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L’Appia, il grano e la mappa

Sigillo alfabetico di Pietro Porro.

«Questa via arriva fino a Roma» mi dicevano da bambino davanti a quel che resta delle colonne terminali della via Appia in cima alla scalinata Virgilio a Brindisi. Io, allora, dicevo dentro di me: «Caspita allora Roma è molto più vicina di quel che credevo!». E sgranavo gli occhi e immaginavo una via dritta dritta senza passar per paesi e città che in poche ore ti porta fino alla capitale. Non avevo tutti i torti. Perché prima di qualsiasi altra cosa la Regina Viarum è una linea, un’idea, l’archetipo di tutte le vie. L’operazione che fanno i romani con la loro ingegneria da guerra è tagliare l’appennino con il loro gladio. Di netto collegano la “testa del cervo” e il suo sbocco sul mare alla caput mundi. E su di essa carri e sandali macinano chilometri su chilometri in qualche giornata di cammino. Se le vie di Roma sono il frutto di uno schema, l’Appia ne è la traccia fondamentale sulla quale muovere con la massima rapidità possibile il cursore. Del resto personalmente non faccio altro che fare la spola tra i due capi. Il gioco si svolge qui. Paolo Rumiz se ne rende conto, la percorre a piedi e racconta tutto in Appia. Un’idea semplice che però nessuno dal 1745 attuava. E questa cosa ha dell’incredibile per me, ai tempi delle passeggiate archeologiche, del cammino di Santiago e robe simili. Possibile che a nessuno sia venuto in mente? Forse sì, ma nessuno si è fatto venire le vesciche ai piedi sotto il sole estivo per attraversarla. E ⚠ attenzione, bisogna vedere in quale senso! Perché non parte da Brindisi e va a Roma. Sarebbe stato scontato visto il detto popolare “tutte le vie portano a Roma”. Il nostro giornalista-scrittore crede nell’assioma contrario: “tutte le vie partono da Roma“. Un ribaltamento culturale non da poco, un rovesciamento del tavolo rispetto a chi pone al vertice del triangolo la città laziale e in basso quella pugliese.

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Auguri Speciali Oritani #11 di 10: Giuseppe Vitale

Ci sono ore del giorno, dopo mezzodì, che nelle piazze, per le vie e i vicoli delle città e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, scatta la controra. È l’ora del dio Pan e di ninfe, come Nadia Carbone, oritana già presentata nella galleria degli auguri speciali per il 2021. È una sorta di satiro che ben ama i piaceri della vita, invasato come Dioniso e a volte un po’ malinconico. Altre volte è uno spiritello giocoso e irriverente, un giullare pronto con i suoi strali che non risparmiano niente e nessuno. Di sé ha già detto che si sente sia attore sia filosofo. Ama scrivere lettere a se stesso in cui si auto-loda, si auto-celebra senza ritegno! Qualcuno potrebbe trovarlo eccentrico, ma tant’è. Se vuoi incontrarlo vai a Via Francesco Milizia a Oria, il luogo per lui più ispirante in questa fase della sua vita. Alla controra consuma le suole delle scarpe e il vitreo dei suoi occhi 👀 in quella che è la promenade (dal francese: passeggiata) per eccellenza della città che fu micenea, messapica, normanna e romana. Del resto Giuseppe Vitale, di cui qui sto parlando, è uno spiritello dei luoghi, tanti ne ha vissuti ad Oria, a parte i suoi anni romani. E un po’ con i posti in cui è stato sembra perdersi, sembra lasciare sempre qualcosa di sé a partire dal Santuario di San Cosimo alla Macchia dove ebbe la sua teofania tra il 1977 e il 1980, la sua vocazione all’arte della scena alla quale ha dedicato finora gran parte della sua vita. E di quegli anni ne ha fatto un racconto, Il Leone di San Cosimo in cui il suo artista-bambino 🧒 ha avuto una grande possibilità di recupero. Perché il rischio per ogni artista è quello di restare bloccati, più o meno a lungo. Vitale in questo spettacolo in cui si esibisce assieme a Paolo Carone, autore delle canzoni, fa del suo egocentrismo fanciullesco la sua bandiera, il filtro con cui racconta un microcosmo alla fine degli anni ’70, che come una monade riflette tutto il mondo.

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Auguri Speciali Oritani #10 di 10: Giuseppe Jossie Donatiello

C’era una volta una comunità di filosofi, poeti e medici che era conosciuta in tutto il Mediterraneo dedita allo studio della Torah, della cabala e degli astri. Tra questi vi era Rabbi Hananeel che un giorno ebbe una conversazione con il vescovo Teodosio. Siamo nel IX secolo ad Oria. I due conversano di teologia, secondo il racconto nel Sefer Yuhasin (il Libro delle discendenze). E passarono a parlare dei modi per calcolare la nascita della luna nuova, visto che l’indomani ci sarebbe stato l’inizio del mese. Teodosio gli chiese a che ora sarebbe apparsa. Hananeel ben Amittai indicò subito quell’ora, ma commettendo un errore di cui il vescovo si avvide perché aveva fatto quel calcolo per bene già in precedenza. Quindi ne approfittò per una “scommessa”: se il novilunio non si fosse verificato all’ora indicata dall’ebreo questi doveva convertirsi al cristianesimo. Altrimenti avrebbe ricevuto in dono il suo miglior cavallo, quello utilizzato per la sua intronizzazione, dal valore di 300 pezzi d’oro. Questo è uno degli episodi più affascinanti e significativi della storia della cittadina che oltre che ebrea fu messapica, normanna, romana, ecc. Ed è riportato in un articolo sulla rivista Coelum da un autore, il decimo di dieci complessivi di cui sto ora per dire. Tale articolo parla dell’astronomia ebraica medievale e della Supernova del Toro che per diverso tempo illuminò il cielo del 1054, l’anno dello scisma tra la Chiesa Romana e quella d’Oriente. È firmato da una persona che molto autorevolmente ne avrebbe parlato durante la Passeggiata nell’Oria ebraica che era prevista per l’8 Marzo 2020 e che comunque verrà riproposta appena possibile. Si tratta di un oritano che come Hananeel e come Paltiel l’astrologo guarda il cielo di notte e ne scopre i segreti. E lo fa così bene al punto che ha dato il suo nome alla Donatiello I: la galassia sferoidale nana che fa parte della costellazione di Andromeda e che dista dal nostro pianeta 9,98 milioni di anni luce. Per trovarla Jossie Donatiello, ha dovuto metterci tutte le sue competenze acquisite sin dal 1978, anno in cui inizia le sue esplorazioni siderali da dilettante. Perciò il 23 settembre del 2016 è un giorno che non dimenticherà mai per la scoperta sulla quale conviene leggere una bella intervista.

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Ogni filosofo è attore e viceversa

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«Ma tu che vuo’ fa’, l’attore o er filosofo? Te devi decide Peppino mio perché da mo’ che nun sei più un pischello!».

Mi chiamo Giuseppe, ho 46 lune, e in effetti non mi sono mai deciso tra queste due figure, fra le quali oscilla tutta la mia esistenza. Spesso mi sono sembrati due poli opposti e inconciliabili. Il senso comune, tra l’altro, non vede di buon occhio un attore che fa er filosofo e un filosofo che prova a fa’ l’attore. L’uno scoccia. L’artro nun è bono! Ma le cose stanno davvero così? Io rischiavo di impazzirci dietro a sta’ storia, stavo a diventare schizofrenico, peggio di Dr. Jekyll e Mr. Hyde! Pensavo di perdermi a un certo punto e di non ritrovarmi mai più. E di andare così dritto dritto nell’inferno per me: l’anonimato, quel luogo dove le nebbie prevalgono, dove non si sa più chi sei, cosa fai, da dove vieni. Ecco, rispunta il filosofo… È più forte di me!

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Auguri Speciali Oritani #9 di 10: Antonio Benvenuto

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C’è un luogo a Oria che ho già nominato due volte perché in due casi mi è stato segnalato e cioè quando ho parlato di Antonio Corrado e di Marcello Semeraro. Stiamo parlando del Santuario di Monte Papalucio, un luogo abitato sin dalla preistoria e che divenne uno dei luoghi più importanti per tutta la Messapia e nel quale sono state rinvenute anche ceramiche e monete greche. Lo spirito degli antichi filosofi greci per certi aspetti si ritrova nei giorni nostri. E di uno di essi o, meglio, di una sua attitudine voglio parlare qui. Mi riferisco a Diogene di Sinope del quale si racconta che una volta in pieno giorno uscì con una lanterna in mano per “cercare l’uomo”. Il suo è un protendersi verso l’ignoto, un cercare ciò che non sappiamo ancora, che non è stato ancora oggetto di studi. Per fare luce nel buio 🕳 del tempo che passa e nell’oblio che cala e che spesso rischia di separarci per sempre da storie, manufatti, idee, avvenimenti ecc. È questa la missione di Antonio Benvenuto, per ventura anche insegnante di storia dell’arte ed archivista, oltre che bibliotecario. A lui si deve l’organizzazione di biblioteche e archivi in tutta la provincia di Brindisi ma qui ne voglio parlare soprattutto come scopritore. Per esempio di recente ha rinvenuto e pubblicato una rarità come la Chronica di Christofano Scanello, altrimenti noto come “Il Ciecho di Forlì”. Quest’ultimo faceva il mestiere che sto facendo adesso io con il Teatro d’Asporto: era un cantastorie. Infatti girava l’Italia declamando versi nelle piazze. Oltre che di rime si occupava di Chroniche Universali.

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Tre semplici regole per iniziare il tuo viaggio nel 2021

Io amo giocare, anche ora che ho quasi 47 anni. E cerco sempre di rendere giocoso e quindi divertente e sfidante ogni mia attività, così resto più motivato e mi rendo più semplice ogni compito che si conseguenza diventa più leggero e fattibile. E perché funzioni ci vogliono delle regolette, semplici, ma ci vogliono. Ti ricordi quando giocavi saltando da una casella numerata all’altra? Funzionava perché c’erano pochissime regole, facili, ma sulle quali non bisognava sgarrare. Mi riferisco al Gioco della campana secondo il quale si disegna con il gesso un percorso sull’asfalto, si lancia il sassolino e poi si salta con una gamba sola da una casella all’altra senza toccare le righe. Da piccolo ci passavo delle ore a giocarci ed era divertente fare dei progressi sino alla fine. Ecco, perché non pensare al nostro nuovo anno come a uno svolgimento da fare, per arrivare alla “base”, e vincere il nostro premio, la soddisfazione di avercela fatta? Proviamo? Io do tre regole a me stesso e a chi vuole giocare con me.

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Auguri Speciali Oritani #8 di 10: Nadia Carbone

C’era una volta la Foresta Oritana e c’è ancora, anche se in sporadiche tracce, come quelle di Laurito, di Bosco Curtipetrizzi e altre. Essa si estendeva fra i centri di Brindisi, Taranto e Nardò. E non c’è foresta che si rispetti senza le sue ninfe. In questo articolo voglio parlarvi di una di esse. In particolare mi riferisco ad una ninfa legata ad alberi come la quercia, i pioppi e gli olmi che insieme ad altre specie vegetali ricoprivano fino all’800 un’ampia porzione di terra. Questa creatura mitologica, ispirante, di cui sto per parlare è un’amadriade. Come figlia del Grande Oceano, ha un immenso cuore ❤. Da quando la conosco, infatti, ciò che di lei più mi piace, oltre alla sua bellezza mai banale e un po’ pudica, è la sua tenerezza, la sua dolcezza. Quando, tra l’altro, le ho chiesto qual è per lei il luogo più ispirante di Oria mi ha risposto la sua casa, un’abitazione dal colore rosso tegola, in mezzo a diverse altre nella zona con le tegole rosse sul tetto non a caso, a via dei Messapi, all’ombra del castello normanno-svevo che ristora con le sue atmosfere. E alla domanda su chi è il personaggio di Oria per lei più significativo mi ha risposto suo papà Pietro. Come si fa a non volerle bene?

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