Come e perché partecipare al Primo Natale Spirituale della Storia

Cos’è questa storia del Natale Spirituale? In cosa consiste l’evento di cui stai parlando da un po’ di giorni? Domande di questo tipo mi stanno arrivando da più persone e desidero far sapere qualcosa. Ho già scritto che si tratta di un momento per far rinascere il proprio bambino nascosto, intanto. Ho anche riferito della possibilità di riaprire gli occhi davanti alla bellezza dell’universo e alla sua meravigliosa tenerezza. Ora voglio dare qualche maggiore indicazione su come è nata l’idea e sul perché faresti bene a partecipare alla diretta Facebook sul mio profilo personale martedì 22 dicembre 2020 dalle 18 e 30 in poi.

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Il magnifico senso del Natale 2020

Photo by Jeswin Thomas on Pexels.com

Mai come quest’anno siamo vicini al vero, autentico, profondo senso del Natale. Questo pensiero l’ho ascoltato da un bravo parroco e mi gira nel cuore e nella testa da qualche settimana. Natale deriva da nascere e secondo il suo etimo questo verbo sta a significare un passaggio dalle acque alla terra, dal liquido amniotico all’asciutto. Ciò può avvenire meglio in una situazione di quiete, di silenzio, perché i vagiti del neonato 👶 ci portino alla nostra dimensione genitoriale, alla cura con la tenerezza e la gioia della vita, di quel bambino che rinasce e che, in fondo, è il nostro cuore che in questa festività rinnova le sue promesse davanti a mistero del divino. La questione per me è così seria e importante che in questo anno speciale ho deciso di indire il primo natale spirituale. Che, a pensarci bene, è un ossimoro: ogni natale è spirituale o non è.

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Lettera di Giuseppe Vitale a Giuseppe Vitale

Oggi, 17 Dicembre 2020, nella cassetta delle lettere di casa mi è stata recapitata una lettera davvero singolare, commovente, piena di calore e affetto. Sono molto grato a Giuseppe Vitale per avermi scritto queste parole che per me sono di grande incoraggiamento e che mi fanno sentire amato, rispettato e compreso. Mi vien voglia, leggendola e rileggendola, di regalare ancor di più il mio cuore a tutti gli stimatori delle arti performative e non solo. Magari riuscirò a rispondere a questa lettera scrivendo anche io. Per ora ho deciso di pubblicarla qui perché è bella, parla bene di me (che non guasta) 😂, e perché ricorda qualche cosa che vorrei sapessero un po’ tutti quelli che mi seguono o che sono curiosi di quel che combino. Buona lettura!

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Perché e come ospitare il Teatro d’Asporto

Il Teatro d’Asporto è quel che mancava nei rapporti, nelle relazioni tra le arti e le persone e tra queste ultime, tra i vicini di casa, tra chi si mette insieme (alla dovuta distanza), per assistere ad uno spettacolino di teatro in delivery o ad una performance di un’altra disciplina come la danza, l’arte estemporanea, la musica, ecc. In questo periodo di pandemia concerti, spettacoli teatrali e di altro genere con pubblico in massa non sono possibili. Cinema e teatri sono chiusi, almeno per ora. E allora ad Ippolito Chiarello viene in mente di fondare le USCA: le Unità Speciali di Continuità Artistica. Appena nata quest’iniziativa diventa subito un’ideavirus e si diffonde in Italia e all’estero. L’idea è molto semplice: portare il teatro (e la luna) sotto casa delle persone. E quindi da un lato si dà possibilità agli artisti di esibirsi ancora e dall’altro si sperimentano nuove forme di vicinanza, di socialità, di amicizia. Infatti oltre agli artisti i protagonisti del Teatro d’Asporto sono gli spettatori che organizzano il piccolo evento nei pressi della loro abitazione invitando amici, parenti, vicini. Un breve video del fondatore chiarisce come avviene la consegna.

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Fai rinascere il tuo bambino nascosto

Giuseppe Vitale a 7 Anni, nel 1982.

Ti capita mai di guardare una tua foto da bambino? A me sì, ogni giorno. Ne ho messa una nella libreria di fronte alla mia scrivania e la guardo spesso. Anzi, a dirti la verità è lui, Giuseppe settenne, che mi scruta e mi interroga. Sai cosa mi chiede?

«Hey Giuseppe grande, ti ricordi di me? A che punto sei con la realizzazione dei miei sogni?».

Sì perché quel bambino c’è ancora, vive e vuole vedere i suoi desideri realizzati. È un po’ come se lui fosse Aladino e io il genio della lampada. O il piccolo principe se vuoi. O mio figlio.

«Cosa? Tuo figlio?».

Sì, proprio così. Il nostro primo figlio siamo noi stessi da piccoli. Anche quando hai 40 o 50 o 60 anni in più rispetto alle foto delle tua fanciullezza. E anche se hai già figli e in alcuni casi pure nipoti. E quel figlio reclama, punta i piedi, fa domande in modo incessante, più dei nostri bambini, se ne abbiamo. Tu fai finta di non ascoltare, ti giri dall’altra parte, ti fai prendere dall’attuale vita, lavori e accudisci la tua prole. E certe volte bestemmi.

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