L’Appia, il grano e la mappa

Sigillo alfabetico di Pietro Porro.

«Questa via arriva fino a Roma» mi dicevano da bambino davanti a quel che resta delle colonne terminali della via Appia in cima alla scalinata Virgilio a Brindisi. Io, allora, dicevo dentro di me: «Caspita allora Roma è molto più vicina di quel che credevo!». E sgranavo gli occhi e immaginavo una via dritta dritta senza passar per paesi e città che in poche ore ti porta fino alla capitale. Non avevo tutti i torti. Perché prima di qualsiasi altra cosa la Regina Viarum è una linea, un’idea, l’archetipo di tutte le vie. L’operazione che fanno i romani con la loro ingegneria da guerra è tagliare l’appennino con il loro gladio. Di netto collegano la “testa del cervo” e il suo sbocco sul mare alla caput mundi. E su di essa carri e sandali macinano chilometri su chilometri in qualche giornata di cammino. Se le vie di Roma sono il frutto di uno schema, l’Appia ne è la traccia fondamentale sulla quale muovere con la massima rapidità possibile il cursore. Del resto personalmente non faccio altro che fare la spola tra i due capi. Il gioco si svolge qui. Paolo Rumiz se ne rende conto, la percorre a piedi e racconta tutto in Appia. Un’idea semplice che però nessuno dal 1745 attuava. E questa cosa ha dell’incredibile per me, ai tempi delle passeggiate archeologiche, del cammino di Santiago e robe simili. Possibile che a nessuno sia venuto in mente? Forse sì, ma nessuno si è fatto venire le vesciche ai piedi sotto il sole estivo per attraversarla. E ⚠ attenzione, bisogna vedere in quale senso! Perché non parte da Brindisi e va a Roma. Sarebbe stato scontato visto il detto popolare “tutte le vie portano a Roma”. Il nostro giornalista-scrittore crede nell’assioma contrario: “tutte le vie partono da Roma“. Un ribaltamento culturale non da poco, un rovesciamento del tavolo rispetto a chi pone al vertice del triangolo la città laziale e in basso quella pugliese.

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Auguri Speciali Oritani #11 di 10: Giuseppe Vitale

Ci sono ore del giorno, dopo mezzodì, che nelle piazze, per le vie e i vicoli delle città e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, scatta la controra. È l’ora del dio Pan e di ninfe, come Nadia Carbone, oritana già presentata nella galleria degli auguri speciali per il 2021. È una sorta di satiro che ben ama i piaceri della vita, invasato come Dioniso e a volte un po’ malinconico. Altre volte è uno spiritello giocoso e irriverente, un giullare pronto con i suoi strali che non risparmiano niente e nessuno. Di sé ha già detto che si sente sia attore sia filosofo. Ama scrivere lettere a se stesso in cui si auto-loda, si auto-celebra senza ritegno! Qualcuno potrebbe trovarlo eccentrico, ma tant’è. Se vuoi incontrarlo vai a Via Francesco Milizia a Oria, il luogo per lui più ispirante in questa fase della sua vita. Alla controra consuma le suole delle scarpe e il vitreo dei suoi occhi 👀 in quella che è la promenade (dal francese: passeggiata) per eccellenza della città che fu micenea, messapica, normanna e romana. Del resto Giuseppe Vitale, di cui qui sto parlando, è uno spiritello dei luoghi, tanti ne ha vissuti ad Oria, a parte i suoi anni romani. E un po’ con i posti in cui è stato sembra perdersi, sembra lasciare sempre qualcosa di sé a partire dal Santuario di San Cosimo alla Macchia dove ebbe la sua teofania tra il 1977 e il 1980, la sua vocazione all’arte della scena alla quale ha dedicato finora gran parte della sua vita. E di quegli anni ne ha fatto un racconto, Il Leone di San Cosimo in cui il suo artista-bambino 🧒 ha avuto una grande possibilità di recupero. Perché il rischio per ogni artista è quello di restare bloccati, più o meno a lungo. Vitale in questo spettacolo in cui si esibisce assieme a Paolo Carone, autore delle canzoni, fa del suo egocentrismo fanciullesco la sua bandiera, il filtro con cui racconta un microcosmo alla fine degli anni ’70, che come una monade riflette tutto il mondo.

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Ogni filosofo è attore e viceversa

Photo by Charmaine on Pexels.com

«Ma tu che vuo’ fa’, l’attore o er filosofo? Te devi decide Peppino mio perché da mo’ che nun sei più un pischello!».

Mi chiamo Giuseppe, ho 46 lune, e in effetti non mi sono mai deciso tra queste due figure, fra le quali oscilla tutta la mia esistenza. Spesso mi sono sembrati due poli opposti e inconciliabili. Il senso comune, tra l’altro, non vede di buon occhio un attore che fa er filosofo e un filosofo che prova a fa’ l’attore. L’uno scoccia. L’artro nun è bono! Ma le cose stanno davvero così? Io rischiavo di impazzirci dietro a sta’ storia, stavo a diventare schizofrenico, peggio di Dr. Jekyll e Mr. Hyde! Pensavo di perdermi a un certo punto e di non ritrovarmi mai più. E di andare così dritto dritto nell’inferno per me: l’anonimato, quel luogo dove le nebbie prevalgono, dove non si sa più chi sei, cosa fai, da dove vieni. Ecco, rispunta il filosofo… È più forte di me!

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Auguri Speciali Oritani #7 di 10: Vincenzo Sparviero

Vincenzo Sparviero. Foto di Diego Moretto

Nel mio peregrinare attraverso dieci diversi appuntamenti con persone di Oria che mi consentano dieci chiavi di lettura sulle tante stratificazioni, un po’ come Troia, che Oria ha, ho cercato di seguire un percorso, un filo, un racconto. Per esempio con Francesco Fistetti sono andato a disturbare Ulisse e con Gino Capone il mito di Dedalo e Icaro. Ora voglio invece abbandonare il racconto cronologico e persino il tempo. Quel tempo che con il personaggio di cui vi sto parlando ora sembra essersi fermato, vista l’invidiabile forma fisica di chi presento n questo articolo. Vorrei seguire una mappa stavolta, dei segni tracciati su un piano, un po’ come i motivi geometrici di un tappeto, magari un tappeto volante che dal balcone di Via Torre Santa Susanna n. 8, casa sua, possa librarsi su Piazza Lorch e Porta Manfredi. Su esse si affaccia. E come un moderno drone allargare via via lo sguardo man mano che si raggiungono maggiori altezze. E con Vincenzo Sparviero, di cui sto parlando ora, quell’occhiata dall’alto possiamo averla, possiamo provare l’ebrezza a contatto con uno come lui che vanta una continuità di rapporto con la città di Oria nella quale è cresciuto dal 9 Settembre 1962, giorno della sua nascita. Sin da ragazzino a 15 anni nella gloriosa Radio Oria dà spazio all’approfondimento, anche giornalistico, anticipando quel che sarà il suo mestiere. Si laurea, infatti, a Lecce nel 1986 ma già da anni prima è giornalista per La Gazzetta del Mezzogiorno di cui diventa caporedattore nel 1994. E negli anni sotto la sua penna passano tanti e tanti fatti i più disparati e lui pensa bene di tenerne traccia in due volumi:

  1. Oria, 1984-1993. 10 anni di cronaca all’ombra del castello;
  2. 1994-2006. Quando la cronaca diventa stOria.
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Auguri Speciali Oritani #4 di 10: Gino Capone

Quando pensi ad Oria, ai suoi tesori fra Brindisi e Taranto, dove si trova incastonata, e guardi la sua mappa inizi a fare dei giri, un po’ a spirale, in una sorta di labirinto. È come se i Cretesi, che secondo la tradizione la fondarono, si siano avvalsi di Dedalo, mitico architetto di Creta, per progettarne il tracciato. Questa caratteristica la ritrovi ancora oggi nella miriade di sfaccettature che ha e che credi di poter abbracciare con un rapido sguardo. Invece hai bisogno di un’occhiata successiva e poi di un’altra ancora. Capita, allora, che non basta una vita per guardarlo questo luogo: ogni giorno scopri cose e personaggi nuovi che ti sorprendono sempre. Nella mia lista di dieci oritani ai quali sto dedicando i miei speciali auguri per il 2021, a proposito dei quali ho già scritto di Antonio Corrado, Enza Pinto, Raffaele Trinchera, confesso che non volevo parlare di Gino Capone. Sapevo che sarebbe stata impresa ardua per me, titanica, gigantesca. Con lui la tentazione è fortissima di soffermarmi sui tanti aspetti legati sia alla sua carriera di sceneggiatore e uomo di spettacolo, sia di generoso operatore culturale per una città come Oria con la quale ha conservato un rapporto viscerale e nella quale torna spesso nonostante viva a Roma dal Settembre del 1965.

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Appello in cinque punti agli Oritani

Alzi la mano chi, da oritano o da amante e visitatore della città di Oria, non ha camminato per le vie del suo centro storico facendosi conquistare da vestigia di grande bellezza e valore storico-culturale come il quartiere ebraico, il castello normanno-svevo, la Basilica Cattedrale, solo per citare alcuni degli innumerevoli tesori della storia tri-millenaria di una città abitata sin dal Paleolitico, che fu capitale della Messapia, Municipio Romano e centro medievale e poi rinascimentale e barocco di grande importanza. Camminandoci dentro le pietre stesse raccontano a gran voce vicende avventurose ora avvolte dalla leggenda come Oria Fumosa, e altre volte dedicate a culti che si propagarono per tutto il Mediterraneo come quello di Demetra sul Santuario di Monte Papalucio, e altre volte ancora che coinvolsero una comunità come quella ebraica che fu faro di civiltà attorno all’anno mille. Certe sere quando c’è più silenzio e si presta orecchio 👂 sembra arrivare la voce del vescovo Andrea, assassinato nel 979 da un funzionario dell’imperatore d’oriente, Tommaso d’Oria, il ribelle che liberò la città dal giogo di Manfredi, dell’umanista Quinto Mario Corrado al quale la regina di Polonia chiese di scrivere la storia del suo regno. Tutta questa storia la si ritrova nei suoi musei, nei suoi scavi archeologici, negli studi e nelle pubblicazioni sin da quella di Erodoto di Alicarnasso che ne racconta la fondazione ad opera dei Cretesi. Ed essa anima ancora le menti degli storici, dei suoi operatori culturali, delle innumerevoli associazioni che si dedicano a questo o a quell’altro aspetto, a questa o a quell’altra epoca. E dà vita a cooperazione, a spirito d’iniziativa e a manifestazioni di ampio respiro come il corteo storico di Federico II e il Torneo dei Rioni. Bisogna riconoscere l’impegno e gli ottimi risultati dei rioni, degli sbandieratori e della Pro Loco.

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L’Italia è rossa ma il teatro d’asporto continua le sue consegne

Foto di Ileana Inglese

L’Italia è dunque rossa e in parte arancione dal 24 Dicembre 2020 al 6 Gennaio 2021. Per sapere cosa comporta questo e come regolarsi si può leggere l’articolo su Ansa.it. Bar, ristoranti e teatri in quei giorni potranno fare consegne solo attraverso l’asporto. Teatri? Sì, proprio i teatri o, per meglio dire, gli attori, gli artisti che hanno aderito alle Unità Speciali di Continuità Artistica di Ippolito Chiarello. Lo spettacolo, ora, lo si può suddividere in tanti pezzi, ordinarlo e goderselo dalla finestra o dal balcone di casa mentre l’artista te lo recita a distanza, in tutta sicurezza. Anche io sono una di queste unità attraverso il mio Teatro d’Asporto, una gran bella iniziativa molto apprezzata da tanti, una sorta di ideavirus che sta circolando in Italia e all’estero. E nei giorni di “zona rossa” potrò continuare a erogare le mie esibizioni a chi le vorrà avere.

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Perché e come ospitare il Teatro d’Asporto

Il Teatro d’Asporto è quel che mancava nei rapporti, nelle relazioni tra le arti e le persone e tra queste ultime, tra i vicini di casa, tra chi si mette insieme (alla dovuta distanza), per assistere ad uno spettacolino di teatro in delivery o ad una performance di un’altra disciplina come la danza, l’arte estemporanea, la musica, ecc. In questo periodo di pandemia concerti, spettacoli teatrali e di altro genere con pubblico in massa non sono possibili. Cinema e teatri sono chiusi, almeno per ora. E allora ad Ippolito Chiarello viene in mente di fondare le USCA: le Unità Speciali di Continuità Artistica. Appena nata quest’iniziativa diventa subito un’ideavirus e si diffonde in Italia e all’estero. L’idea è molto semplice: portare il teatro (e la luna) sotto casa delle persone. E quindi da un lato si dà possibilità agli artisti di esibirsi ancora e dall’altro si sperimentano nuove forme di vicinanza, di socialità, di amicizia. Infatti oltre agli artisti i protagonisti del Teatro d’Asporto sono gli spettatori che organizzano il piccolo evento nei pressi della loro abitazione invitando amici, parenti, vicini. Un breve video del fondatore chiarisce come avviene la consegna.

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Quella gran bell’ideavirus del teatro in delivery

Foto dell’articolo su La Gazzetta del Mezzogiorno del 12 Dicembre 2020

Con il teatro d’asporto si sconfigge il virus. Così titola oggi La Gazzetta del Mezzogiorno, edizione Salento, un ampio articolo dedicato al Teatro d’Asporto. In esso si parla della rete internazionale delle Unità Speciali di Continuità Artistica, create da Ippolito Chiarello, che stanno avendo un’ampia diffusione nello stivale e all’estero, in paesi come Francia e Brasile. Si dice, inoltre, di Ippolito e di me che in questo momento speciale, storico dell’umanità, stiamo anticipando i tempi nuovi. Perciò quando a lui è venuta l’idea del delivery del teatro, io vi ho aderito subito. E dal 4 Dicembre, giorno del battesimo di fuoco di questo progetto, sto effettuando a buon ritmo una serie di consegne di pièce a domicilio. Su questo articolo, tra l’altro, è in atto un contest che terminerà alla mezzanotte. In palio c’è uno mio spettacolo che vengo a realizzare dove vuoi tu. Il titolo scelto da questo quotidiano mi ha fatto venire in mente che siamo di fronte a quella che potremmo definire un’ideavirus, secondo il best-seller di Seth Godin Propagare l’ideavirus. L’idea di portare gli spettacoli teatrali sotto casa delle persone, infatti, si sta diffondendo come un virus un po’ ovunque e con grande favore in ogni luogo. Quindi potremmo dire “virus schiaccia virus”. Se i teatri sono chiusi e questo manda in difficoltà gli attori, questi ultimi reagiscono non combattendo contro la chiusura, cosa che non sortisce effetti. Invece iniziano ad imitare la propagazione delle particelle infettive come quella del Covid-19.

Che cos’è un’ideavirus? È una grande idea che corre, scatenata, attraverso il target. È un’idea affascinante, che si propaga attraverso una parte della popolazione, educando, cambiando e influenzando chiunque incontri. E, nel nostro mondo, cha cambia rapidamente/istantaneamente, l’abilità e il modo di costruire, lanciare e guadagnare da un’ideavirus è la prossima frontiera.

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Partecipa al Contest e Vinci uno spettacolo del Teatro d’Asporto

Banner del Contest.

In questi giorni chi frequenta il mio blog, i social o segue almeno un po’ gli organi d’informazione e i giornali come La Gazzetta del Mezzogiorno e altri forse ha sentito parlare del Teatro d’Asporto. Si tratta di una vera e propria rete internazionale fondata da Ippolito Chiarello grazie alla quale il teatro arriva sotto casa tua assieme alla luna. Dal quattro di dicembre 2020 in tante località italiane ed estere molte compagnie teatrali ed attori professionisti stanno recapitando le loro performance davanti alle abitazioni dei richiedenti a distanza e in tutta sicurezza. Anche io sto girando a piedi per la città di Oria (Br) e dintorni, dove vivo, per curare le anime e prevenire l’astinenza del cuore, come dice Chiarello. Sabato 12 Dicembre 2020 comparirà nell’edizione cartacea della Gazzetta del Mezzogiorno – edizione Salento – un primo bilancio di questa straordinaria avventura alla quale sto partecipando.

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