L’eredità romanesca di Gigi Proietti

Gigi Proietti in una scena del film Febbre da cavallo (Steno, 1976).

Quando un grande, grandissimo, artista come Gigi Proietti passa dal palcoscenico terrestre a quello divino (al quale apparteneva già da molto con la sua arte), lascia ovviamente molto di sé nel mondo che ha abitato facendolo ridere, divertire, commuovere. Di solito si parla di eredità, un concetto giornalistico un po’ abusato, vuoto per la verità. Ogni artista è unico nel suo genere. Per esempio potremmo dire che Dario Fo lasciò qualche eredità, una sorta di passaggio di testimone ad Ascanio Celestini, che una volta ebbe a lodare. Oppure all’attore che continua a rappresentare Mistero Buffo, Mario Pirovano, che per tanti anni è stato suo assistente personale. Ma in realtà non c’è alcuna eredità. Il primo a confermare questo pensiero sarebbe Carmelo Bene se fosse in vita, la voce “del morto orale”, per il quale ogni attore è destinato all’oblìo. Fa eccezione però, secondo me, Gigi Proietti. Per una ragione molto semplice che è la sua romanità. Pierluigi Battista, eccellente giornalista, mi ha preceduto in questo concetto con un suo articolo sul Corriere della Sera. Peccato che però parli della sua romanità solo nel titolo e poi passi a occuparsi delle barzellette, nelle quali per me il talento di Gigi era sprecato. Ma su questo influisce la mia personale avversione alle barzellette. Gloria Satta, invece, approfondisce l’appartenenza del grande mattatore a Mamma Roma. E cita le sue riletture di Trilussa e i suoi componimenti giacché Gigi è stato anche poeta. E poi la fondazione del Globe Theatre a Villa Borghese e altri progetti in favore degli attori e dei giovani. In questo qualcosa lo accomuna a Totò che aveva un cuore ❤ grande quanto Napoli. Forse per capirci meglio potremmo dare un’occhiata a un suo bel pezzo in A me gli occhi please, spettacolo registrato nel 1976 al Teatro Tenda a Roma.

Gigi Proietti è come Meo Petacca, maschera romana della Commedia dell’Arte, personaggio che tra l’altro ha interpretato in un film del 1972 con la regia di Marcello Ciorciolini. In qualche modo Gigi vive e rivivrà in altri attori, oltre che nei ricordi. Non solo in Paola Minaccioni e in Enrico Brignano e in altri suoi allievi. È come se avesse dato al mondo tanti semi di cui ora noi siamo coltivatori diretti. È responsabilità degli artisti ora far arrivare nuovi frutti da quei semi. Perché Gigi lo ha già fatto a sua volta con Ettore Petrolini. Impressionante considerare che sono nati in vie vicine a Valle Giulia e che entrambi hanno sofferto di problemi cardiaci. Non è un caso che Proietti ne ha riproposto alcuni numeri come Gastone.

I teatranti si passano tra loro le maschere, i personaggi, i pezzi, le gag e, in alcuni casi, una cultura popolare. Quella di Gigi Proietti era la stessa di Aldo Fabrizi, Gabriella Ferri, Enrico Montesano e pochi altri. È stato abitato da un’arte che è lì tra Campo de’ Fiori e Trastevere, tra il Lungotevere e San Giovanni, tra il Foro Italico e i Parioli. Si tratta di un’arte un po’ disincantata e pigra, almeno in apparenza, ma capace di un’eccezionale sintesi e che si esprime con termini come “guera” e “fero” perché abituata a togliere piuttosto che aggiungere, a levigare, a smussare. Roma città aperta più che mai. E pronta a fecondare nuovi talenti artistici, comici, attoriali. L’eredità spetta a chi sarà pronto a metterci er core.

Tu cosa hai amato di Gigi Proietti? Cosa pensi che ti mancherà di più? La tua risposta nei commenti, grazie.

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