Come risolvere problemi con le giuste domande

Immagine di copertina dell'articolo

Le prime ricerche

Chi ci risolve ogni problema o quasi? Chi risponde per primo alle nostre domande? L’assistente vocale, che si chiami Siri o Alexa o Cortana o Google. Quest’ultimo, poi, è il nostro risolutore per eccellenza. Quando abbiamo un problema che facciamo? Chiediamo a Google, è ovvio! Ci mettiamo davanti al suo campo di ricerca e digitiamo la nostra domanda. Se, per esempio, i piccioni ci hanno infestato il balcone scriviamo “problema piccioni” oppure se qualcosa non va con il partner eccoci alle prese con “problema coppia”. Quando non c’era bisognava andare in dei forum online. Prima di questi ci si rivolgeva ad amici ed esperti o li si chiamava. Ora, prima di tutto, facciamo un giro in rete per schiarirci le idee. Questo rappresenta una grande opportunità.
E ci poniamo così alla ricerca di quelle informazioni, primarie o definitive, che ci aiutano a prendere le prime decisioni o a raccogliere degli elementi per inquadrare una certa situazione. Dal numero pressoché infinito di risultati estraiamo quelli che ci sembrano rispondere di più al nostro quesito o che ci appaiono più significativi. Se siamo alle prese con qualche questione di tecnologia o software finiamo sul blog di Salvatore Aranzulla o se dobbiamo trovare delle corrette procedure di lettura o studio o altro magari andiamo su WikiHow, una vera miniera di tutorial. Questi ultimi, poi, popolano YouTube al quale pure spesso ricorriamo per vedere passo passo come riparare un qualcosa, come impostare un certo lavoretto o come apprendere i rudimenti di qualche disciplina. Tutto questo è diventato un po’ come l’estensione del nostro stesso cervello. Ha ragione Elon Musk quando dice che tutti siamo diventati un po’ cyborg. 
La difficoltà oggi è avere le chiavi giuste per gestire gli enormi quantitativi di informazioni e la loro attendibilità, un’arte questa che si affina con lo studio, con le continue ricerche, facendo dei tentativi. Spesso ci si imbatte, infatti, in fake news o in contenuti di scarsa qualità, se non deleteri. È notizia di questi giorni che proprio realizzando un esperimento visto in un video online sia morto un bambino di dieci anni, nonostante la presenza di un genitore. Il rapporto con le informazioni, il loro controllo ed interpretazione è diventata una delle capacità che è bene saper maneggiare nel modo più soddisfacente possibile. E ciò diventa di nostro dominio quando il problema che ci sta mettendo in moto impariamo prima a definirlo e poi a raccontarlo. 

Sommario del post

Come ci arrivo?

Facciamo un esempio e prendiamo in considerazione delle parole stra-usate negli ultimi tempi. Mettiamo che siamo spinti da una generica necessità di saperne di più su un fenomeno che a partire da Marzo 2020 ha caratterizzato molto le nostre vite. Perciò ci mettiamo davanti al fatidico campo di ricerca e digitiamo “Coronavirus”. Già facendo questo vuol dire che abbiamo privilegiato una scelta di campo e cioè quella di utilizzare un termine che i media ci ripetono in continuazione. Stiamo dando così alla nostra ricerca una connotazione mass-mediale. E infatti i risultati saranno dei video e degli articoli di news accompagnati da mappe e dati. Seguiranno magari anche degli alert e delle pagine del ministero della salute. Aggiungiamo ben poco a ciò che potremmo trovare in un notiziario televisivo o su un quotidiano. Ma tant’è. Magari stiamo sorseggiando il caffè e a noi interessa solo qualche trend. E magari a voce alta all’amico o alla moglie o al collega si riferirà qualche dato, qualche dichiarazione di questo o quel politico e via dicendo. Poi, se si vuole restringere il campo all’Italia o agli Stati Uniti o a qualche altra zona del mondo si aggiungerà lo stato che ci interessa. 
Se, mettiamo, ci hanno dato un tema o un saggio breve a scuola o più semplicemente vogliamo saperne di più, perché a noi piace approfondire qualche questione legata a ciò che succede intorno a noi, magari digitiamo “coronavirus cause” e qui i risultati cambiano. Cominciamo a vedere, infatti, pagine sui sintomi o su altro che ci spiegano che cos’è, da dove viene, ecc. E ci accorgiamo, in quasi tutti i risultati, che si parla al plurale di “I Coronavirus”. E qui si diversifica, e di molto anche, la prospettiva. Non si tratta di un solo virus ma ce ne sono diversi. Allora il problema non è “il coronavirus” ma “i coronavirus”. Andiamo poi a cercare di capire perché se ne parla al plurale.  Scopriamo che sono un’ intera famiglia che conosciamo già da molto tempo e che quelli che hanno causato difficoltà negli ultimi anni sono tre: MERS CoV, SARS Cov e SARS CoV 2. A ben vedere, poi, non si tratta nemmeno dei nomi dei virus ma delle sindromi che essi causano. E poi ce ne sono altri più comuni ma quasi ignoti.
Qualcuno penserà che queste sono diavolerie da medici, da virologi e infettivologi e che bastano le raccomandazioni che danno giornali e tv per scamparla. Ma di questo non ne siamo del tutto sicuri se consideriamo che tali indicazioni provengono dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che più di una volta si è contraddetta. Oppure ancora accade che ci siano presunti scoop giornalistici, che i susseguono ad un ritmo forsennato, che enfatizzano questo o quell’aspetto che, purtroppo, è solo parziale o infondato. E allora che fare, diventare tutti degli esperti di virus più o meno improvvisati? A proposito, tanti specialisti intervistati continuano a darci informazioni in contrasto l’una con l’altra ancora oggi. A questo punto come ci regoliamo? Ci arrendiamo a questa Babele e amen, accada quel che accada, compresa la più volte annunciata fine del mondo che sarebbe stata predetta dai Maya e che è stata rilanciata ancora una volta dopo il 2012? 
La risposta ci arriva dalla generazione precedente alla mia, quella di mio padre e ancor prima di coloro che sono nati negli anni ’50, ’40, ’30 il cui livello di conoscenze informatiche arriva all’utilizzo della sveglia analogica, quella a cui devi mettere la corda (ammesso che ne esistano ancora) e che al massimo sono arrivati alla sveglia con la pila. Ebbene costoro quando devono andare da qualche parte fanno la magica domanda: «Come ci arrivo?». Ed ottengono tutti i riferimenti del caso. La magia sta in questo magnifico avverbio interrogativo: “come”. Se per lavoro, o altre ragioni, dobbiamo frequentare posti dove ci possono essere tante persone e che quindi temiamo di essere infettati, come capita a me in una delle attività in cui sono impegnato in questo periodo come commerciale per un’azienda, allora con tutta probabilità chiediamo al grande amico californiano (Google) “come proteggersi dal covid-19?”. Si noterà, innanzitutto, che finalmente abbiamo il nome preciso del responsabile dell’attuale pandemia. Un conto, infatti, è “il Coronavirus”, un altro il “Covid-19”. E non si dica che non cambia nulla. C’è tutta la differenza tra l’andare in qualche posto nella via Lattea o tutti indifferentemente e l’indirizzo di casa tua, a proposito del “come faccio a…”. Per fare un altro esempio un conto sono i sintomi del raffreddore (causato da uno dei coronavirus) e un altro quelli del Covid-19 (che peraltro non conosciamo ancora nella loro totalità). Guardando, poi, ai risultati si notano espressioni come “stili di vita”, “buone pratiche” e “prevenzione”. Vuoi vedere che non bastano mascherine e igienizzazione delle mani? No che non bastano. E non perché ora il racconto del problema diventi pessimista o fatalista. Tutt’altro. Che cosa vogliamo raccontare, infatti, ai nostri nipoti perché non ridano di noi fra trenta, quaranta e passa anni? Chi si ammalò della “spagnola” non aveva molte armi come oggi per difendersi e soprattutto le informazioni erano molto scarse, quasi del tutto irreperibili. Oggi con pochi euro basta acquistare un ebook e già le nostre possibilità di rimanere sani e protetti salgono di molto. Quindi ai nostri nipoti non potremo dire che ce ne stavamo al bar a discutere o davanti alla tv a rimbambirci. A patto che facciamo un sincero racconto del problema prima di tutto a noi stessi, magari attraverso ciò che ho chiamato Problem Telling che è l’arte di risolvere i problemi raccontandoli, al quale, da una decina d’anni a questa parte, sto dedicando attenzione, studi, risorse e alle quali puoi in parte attingere iscrivendoti ad un apposito e selezionato gruppo Facebook che ho creato

↑ vai al sommario

Come ti racconti il problema?

Come ti racconti il problema quando sorge? Lo neghi? Fai finta di non vederlo? Te la cavi dicendo che i problemi li vedono solo i perdenti, come fa certa letteratura new age? Oppure ti abbatti e ti lamenti, ti lasci andare a scoramenti e depressioni trascinandoti in un’esistenza da vittima? Ebbene, il Problem Telling è un po’ la terza via tra questi due estremi. Il Problem Teller, chi decide di usare quest’arte, sa che in realtà il problema è un amico, qualcosa che ti sta davanti per farti crescere e migliorarti, per portarti dove desideri. Nel senso greco e latino del termine è un progetto e che cosa contiene quest’ultimo? Il disegno dell’edificio che vogliamo mettere in piedi e le risorse per realizzarlo. Quindi apri gli occhi, allarga la tua consapevolezza, impara ad essere intelligente e cioè a leggere tra le righe, a cogliere i segnali giusti, a collegarli in un modo sensato e positivo. A partire dalle ricerche che fai grazie ai primi assistenti che oggi abbiamo in casa. L’intelligenza artificiale che stiamo realizzando a livelli sempre più profondi ed efficaci serve anche a toglierci davanti tanti sbattimenti, a patto che:

  1. non sia progettata con difetti e pregiudizi simili a quelli nostri come ad esempio sulla razza;
  2. impariamo a fare le domande giuste.

Ti ricordi il genio della lampada di Aladino? Il ragazzo riesce a sconfiggere i due maghi che gli sbarrano la strada, sposare la principessa e diventare ricco nella misura in cui impara a formulare le domande giuste. Quelle che oggi facciamo a Bing e a Google. A proposito, che aspetti a scrivere “Voglio un castello”? Fallo ora. Noterai che ci sono canzoni, libri ed esperienze dedicate a questo. Per esempio in certi luoghi è possibile dormire in un maniero. Che è già qualcosa. Ma noi vogliamo essere ancora più precisi e scriveremo: “Voglio costruire un castello”. E qui quasi veniamo presi in giro perché ci vengono proposti castelli di sabbia, di cartone o videogiochi. Ma noi lo vogliamo vero, di pietra. E qui tu mi dirai che è impossibile, che costa troppo, che figurati se un comune ti dà il permesso per farlo e bla bla bla. Allora ti propongo la storia di Serafin Villaran: l’uomo che ha costruito un castello medioevale con le pietre di un fiume.

↑ vai al sommario

Mettiamoci in moto!

A questo punto abbiamo imparato:

  1. che non è la pigra ripetizione del “sentito dire” o del “visto in tv” che ci aiuta;
  2. che occorre un minimo spirito di ricerca;
  3. che stando attenti a raccontare a noi stessi e agli altri un determinato problema sapremo approfittarne, lasciarci guidare da quest’ultimo stesso.

Siamo già a buon punto. Basta solo aggiungere che non è la razionalità, il “ragionare” in modo diretto e verticale che ci semplifica la vita. Purtroppo così si sta solo davanti al macigno che ci sbarra la strada. Invece occorre quel che De Bono chiama pensiero laterale ma che per altri versi è conosciuto come pensiero creativo e che possiamo declinare anche come pensiero narrativo, quella risorsa che i nostri neuroni già adoperano da soli a volte per lamentarsi. Se andiamo oltre la lamentela e iniziamo a immaginare e quindi a parlare di ciò che vogliamo, della bella vacanza che vogliamo fare in quel posto che ci piace tanto con quella persona che ci fa battere il cuore non è che tutto questo si materializza all’istante, però iniziamo a spostarci già a un livello successivo, più vicino ai nostri desideri, iniziamo ad avvicinarci e a favorire poi una serie di passi successivi, altrimenti noti come “miracoli”, che ci portano esattamente o quasi dove vogliamo stare insieme a chi amiamo.  Certo, sono importanti anche altri elementi come la disciplina, l’azione, la costanza, la pazienza ecc. Ma qual è la chiave che mette in moto tutto il motore? La tua prossima ricerca, le tue parole che affiderai prima alla tua mente e poi agli assistenti tecnologici. Magari vieni anche a farti un giro anche nel gruppo Facebook dedicato al Problem Telling.

↑ vai al sommario

Un pensiero su “Come risolvere problemi con le giuste domande

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.